Tourbillon: Stallo (alla messicana)

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"Tourbillon" è una serie di pensieri sparsi, liberamente ispirati al 106° Tour de France. Di Leonardo Piccione.

 

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Le tappe di montagna del Tour corrispondono a giornate con una ritualità tutta loro, nella mia vita.

Un certo senso di solennità aleggia fin dal mattino, allorquando, superato il consueto minuto di completa impasse intellettiva, un pensiero fisso si fa largo tra la completa anarchia di pensieri a metà, disegnando una specie di sorriso sul mio volto sfatto: “Oggi al Tour arrivano le montagne”. 

Assomiglia molto ai dolci risvegli di quando, da piccolo, sapevo che quel giorno l’avrei trascorso al mare con i miei cugini preferiti. Non vedevo l’ora.

La scansione della giornata prevede poi colazione e, soprattutto, quotidiani sportivi. Sono giorni, quelli delle tappe di montagna, in cui sfoglio persino tutto il malloppo di pagine dedicate al calciomercato.
Non le leggo veramente, per carità: ma è un gesto che contribuisce ad aumentare l’attesa delle due paginette di ciclismo - nelle quali peraltro so già che troverò cose che conosco a memoria. 

“Il Tour de France non può fare a meno dei Pirenei e i Pirenei non possono fare a meno del Tour de France”, c’era scritto ieri. “Nei Pirenei c’è una risposta ad ogni domanda”. 

Frasi fatte, esagerate, niente affatto originali. Ma certi giorni desidero leggere proprio quelle.
Rientrano a pieno titolo nel rito. 

Rito che prosegue spedito a pranzo. Ho l’abitudine di mangiare poco, nei giorni delle tappe di montagna. Non c’è una ragione specifica (molte cose non hanno una ragione specifica nelle pagine di questa rubrica, a partire dal fatto che voi siate ancora qui a leggerle), ma è così: rinuncio sempre al secondo; qualche volta mi limito a mangiare frutta.
È come se sentissi la necessità di mantenermi leggero.

«Sei a dieta?», chiede mamma. (Il giovedì pranziamo insieme). «Guarda che sei fin troppo magro così!»
«No, è che non voglio esagerare: cominciano i Pirenei», rispondo.
«Ho capito, ma non devi mica scalarli tu i Pirenei!»

E certo ha ragione. Ma ottengo comunque di saltare il secondo.

Ottengo anche di sintonizzare la tv della cucina sul Tour prima che sia finito il Tg3. «È una tappa importante», dico. E siccome sono il solo appassionato di ciclismo a casa, nessuno obietta dicendo Hey, lo sai che domani è in programma una cronometro importante e che verosimilmente oggi non succederà nulla di significativo?

Dunque ieri verso le due e trentacinque abbiamo messo su RaiSport. Il collegamento con la Francia non era ancora cominciato. C'era invece Stefano Bizzotto che dalla Corea annunciava con la solita impeccabilità un triplo e mezzo ritornato raggruppato con due avvitamenti: mondiali di nuoto, tuffi.

Mio padre a quel punto ha timidamente chiesto di rimettere sul Tre - visto che la "tappa importante" latitava e che a breve sull’altro canale sarebbe stata la volta del Meteo - ma mia madre ha detto no, dai, sono belli i tuffi. Così abbiamo visto un po’ di tuffi. Con grande sorpresa di nessuno, ha vinto un cinese.

Poi è cominciato il Tour. E in effetti non è successo granché - almeno tra i grandi della classifica.

La tappa l'ha vinta Simon Yates, che ha battuto con una facilità disarmante gli ultimi due reduci della fuga di giornata.

Pur non essendo all’apice della forma, Yates nel finale ha fatto sembrare Mühlberger e Bilbao quasi degli esordienti. Entrambi sapevano che non avrebbero dovuto lasciare a uno scaltro come Yates la possibilità di controllare la situazione - che in un arrivo così ristretto equivale a cominciare la volata dall’ultima posizione - eppure non sono riusciti ad evitarlo.

Nel momento in cui era importante essere l’ultimo del terzetto, Yates era l’ultimo del terzetto.

Gli altri due per duecento metri non hanno fatto altro che volgere lo sguardo indietro verso l’avversario, di continuo, girandosi uno verso destra e l’altro verso sinistra, come colti da un tic improvviso e simmetrico. Yates per tutta risposta guardava fisso di fronte a sé, simulando indifferenza.

Era uno stallo alla messicana, si può dire, e, mentre gli altri avevano a disposizione giusto una pistola, Yates ha fatto capire di essere quello col fucile. Non è detto fosse per davvero così, ma ha persuaso gli avversari che fosse così. A volte è più che sufficiente.

Quando è partito, gli altri due non l’hanno visto più: la sua vittoria è sembrata assolutamente inevitabile. 

Anche mia madre ha assistito alla vittoria di Yates.

«Avvisami, quando stanno per arrivare», ha chiesto a un certo punto. Nei giorni che io stabilisco come importanti, me lo chiede sempre.

«Ma è lo stesso che ha vinto ieri?», si è incuriosita.
«No, mamma, è un altro».
«E Nibali com’è andato?»
«Male mamma, Nibali a questo Tour non sta molto bene».

Si è fermata un attimo, come se per qualche motivo volesse iniziare un'improbabile discussione su Nibali.
Poi però mi ha chiesto un’altra cosa.

«Oggi non vai al bar a scrivere?»
«No, ci sono già stato stamattina». 

(C'ero stato per lasciare la lettera, ma lei del carteggio in corso non sa nulla.)

«Oggi pomeriggio resto a casa», ho aggiunto.
«Bene, allora faccio un caffè! Quanto zucchero ti metto?»
«Mamma, lo sai che il caffè lo bevo amaro…»
«Lo so, lo so. Ma spero sempre che certe brutte abitudini le cambi!»

 

 

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PUNTATE PRECEDENTI

18 luglio: Amica prudenza
16 luglio: Chi sei?
15 luglio: L'anno del salmone
14 luglio: Altri tempi
13 luglio: La legge di Martin
12 luglio: Capire di ciclismo
11 luglio:​ Riposare gli occhi
10 luglio: La ruota di Richeze
9 luglio: Rossetto rosso
8 luglio: Giocare il jolly
7 luglio: Un giorno perfetto

 

 

 

 

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