Tourbillon: Il linguaggio di Quintana

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"Tourbillon" è una serie di pensieri sparsi, liberamente ispirati al 106° Tour de France. Di Leonardo Piccione.

 

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Non appena mi toglierò gli auricolari ripiomberò nel trambusto del bar dell’angolo in uno dei pomeriggi più afosi dell’estate, ma mentre guardo il video condiviso dalla Movistar al termine della tappa di Valloire, con Nairo Quintana - il vincitore - seduto in ammiraglia a pronunciare quattro-cinque frasi di circostanza, ho l’impressione di trovarmi per un minuto in un luogo lontano.

«Una victoria muy bonita», dice Nairo prima che la voce del navigatore dell’auto si sovrapponga alla sua. «El nuestro terreno es la montaña.» 

Assolutamente nulla di speciale.

Raramente Quintana rilascia dichiarazioni interessanti, ad essere sinceri, difatti non è il contenuto delle sue dichiarazioni a generare questa strana sensazione di estraniamento. 

È la voce stessa di Nairo, l’antica cantilena in cui trasforma ogni sua frase, il suono di cartavetrata col quale esprime le sue poche parole e le sue molte vite. 

Non ha nemmeno trent’anni, ma sembra che sia qui da sempre, e che non sia cambiato mai. Forse Quintana non è mai stato giovane, ma d’altra parte non si può dire che sia invecchiato. Passano gli anni e lui ha sempre questa faccia un po’ così, mai realmente in grado di riprodurre compiutamente uno stato d’animo.

In confronto a Quintana, il Clint Eastwood di Sergio Leone, con le sue due sole espressioni, potrebbe essere considerato una specie di trasformista. 

Non si tratta nemmeno della retorica del campesino triste, o dell'uomo incapace di provare emozioni diverse dalla nostalgia quando è lontano da casa. Non so dire se Quintana sia effettivamente nostalgico, o addirittura triste. 

Il tratto che meglio definisce Nairo Quintana è un altro: è il mistero; l’aura di indecifrabilità che origina dalla sua infanzia, dal misto di superstizione e magia che l’avvolge e che in qualche misura si perpetua ancora oggi, anno dopo anno.

È difficile comprendere Quintana.

Qualche giorno fa - era la tappa del Tourmalet - i suoi compagni di squadra hanno spiegato che Nairo non aveva riferito a nessuno di loro delle sensazioni per nulla incoraggianti che aveva quel pomeriggio, esponendo la Movistar alla poco edificante figura della squadra che lavora a fondo ma finisce per mettere in difficoltà il suo stesso capitano.

Io invece non escludo che lui qualcosa l’abbia detta, quel giorno, e che non sia stato capito. Forse Quintana in certe situazioni parla un linguaggio diverso, utilizza alfabeti di altri popoli ed altre epoche. 

È davvero difficile comprendere Quintana.

Sembra che da un paio d’anni la sua dimensione sia diventata quella del cacciatore di tappe, come se avesse d'improvviso deciso di cominciare a centellinare il suo talento, elargendone solo a pezzetti, poco per volta, senza sottoporre gli appassionati di ciclismo al rischio di indigestione. 

Una, massimo due esibizioni all’anno.

Capisco chi non ama Quintana; chi sostiene che uno con le sue qualità dovrebbe esserne meno geloso, e interpretare diversamente buona parte delle corse a cui partecipa.

Faccio più fatica a comprendere chi non riesce a compiacersi di giornate come quella di ieri, quando Quintana e la montagna su cui pedala diventano complementari: il primo sembra nato apposta per arrampicarsi sulla seconda, la seconda innalzata proprio per essere conquistata da uno come lui. 

Nessuno ha scalato il Galibier più veloce di quanto abbia fatto ieri Quintana. Nel momento in cui ha staccato Bardet, secco come un tiro di fionda, non c’è stato alcun dubbio sul fatto che avrebbe vinto. 

Non sono tanti gli scalatori in grado di provocare col primo scatto i danni che di tanto in tanto ancora provoca Quintana.

È significativo, e a suo modo ironico, che Nairo abbia riaffermato la propria diversità proprio nel giorno in cui un suo giovane connazionale ha fatto un passo forse decisivo verso la conquista dell’obiettivo che lui non è mai riuscito a raggiungere, e che ha finito col condizionare buona parte della sua carriera. 

Sarebbe dovuto essere Quintana il primo colombiano a vincere il Tour de France, invece potrebbe toccare a Bernal. 

Alla vigilia delle due tappe decisive, Egan Bernal sembra poter concretamente vincere questo Tour. A due condizioni: a) che Geraint Thomas, il suo capitano (ex-capitano?), acconsenta; b) che Julian Alaphilippe molli.

La condizione b) potrebbe rivelarsi di più ardua realizzazione della a), considerato che Alaphilippe continua a respingere brillantemente tutto quanto venga calciato verso la sua porta.

Quando pensavi che la sua miglior parata fosse stata una plastica deviazione oltre la traversa, ecco che lui s’inventa un folle salvataggio all’ultimo minuto con l’aiuto del palo - il palo nel caso di Alaphilippe essendo la discesa dal Galibier.

In una eventualità niente affatto remota, potrebbe succedere che un ruolo fondamentale nell’assalto di Bernal alla maglia gialla lo rivesta proprio Quintana.

Sono i due più a loro agio alle altitudini di questi giorni, e dovrebbero fare ancora la differenza.
Magari insieme.
O magari invece Nairo farà di nuovo fatica.
Vedremo.

Mi sono tolto gli auricolari, intanto.

C’è un gran tramestio di coppette e bambini, qui dentro, dunque sto pensando di spostarmi fuori. Tra i tavolini esterni fa più caldo, ma si sta anche più tranquilli: a quest’ora sono arrivati ombra e, soprattutto, vecchietti.

Prendono posto alla spicciolata, occupando dapprima le sedie al centro dello slargo e poi quelle addossate al muro esterno del bar, che per le prossime tre-quattro ore agirà da potente calorifero. I primi due godono del privilegio del quotidiano - uno la Gazzetta del Mezzogiorno, l’altro il Corriere dello Sport - mentre i ritardatari si arrangiano attaccando piccole conversazioni col vicino, ordinando una cedrata o, il più delle volte, rimanendo per un pezzo a fissare meditabondi le auto che passano. 

Non si può dire a cosa pensino, né quante vite abbiano vissuto.

Sono un po’ come tanti Quintana, a pensarci bene.

 

 

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PUNTATE PRECEDENTI

25 luglio: Attendere le Alpi
24 luglio: Le forme dell'acqua
22 luglio: Ritrovare Amador
21 luglio: Allez Romain
20 luglio: Assenza di gravità
19 luglio: Stallo (alla messicana)
18 luglio: Amica prudenza
16 luglio: Chi sei?
15 luglio: L'anno del salmone
14 luglio: Altri tempi
13 luglio: La legge di Martin
12 luglio: Capire di ciclismo
11 luglio:​ Riposare gli occhi
10 luglio: La ruota di Richeze
9 luglio: Rossetto rosso
8 luglio: Giocare il jolly
7 luglio: Un giorno perfetto

 

 

 

 

 

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