Tourbillon: Giocare il jolly

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"Tourbillon" è una serie di pensieri sparsi, liberamente ispirati al 106° Tour de France. Di Leonardo Piccione.

 

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Dunque avete cliccato di nuovo su questa rubrica.

Siete intenzionati a dedicare dai tre ai dieci minuti di questo lunedì di luglio a un articolo che io stesso non ho la più pallida idea di dove andrà a parare. 

(Per questo ho usato un vago “dai tre ai dieci minuti”: al momento qui in sala stampa* non ho grandi idee. Potrei chiudere alla fine del prossimo paragrafo. O magari invece vado al bar dell’angolo e incontro l’ispirazione giusta. Chi lo sa).

Mi ritengo responsabilizzato da tanta fiducia, ad ogni modo.

Non mi sentivo così importante da quando - mi trovavo in Islanda - due facoltosi turisti russi mi chiesero di scattare loro una foto con l’aurora boreale sullo sfondo. Io però mi persi tra le centinaia di opzioni di quella specie di calcolatore quantistico che era la loro macchina fotografica e lo scatto venne mosso.

L’aurora boreale, per giunta, si sarebbe dissolta pochi secondi dopo, e non sarebbe riapparsa per il resto della settimana. La coppia non avrebbe mai avuto una foto con l'aurora boreale migliore di quell’obbrobrio in cui ciascuno sembrava avere quattro occhi e due bocche, ed era tutta colpa mia. Fu un momento complicato.

Il fatto è che ho sempre un po' sofferto i momenti decisivi.

La domanda che determina il voto di un esame.
Un tiro libero in una partita di basket punto a punto.
La parola decisiva a Taboo. 

Tra le altre cose, non potrei mai correre con profitto una cronometro a squadre. Sarei divorato dall’ansia di staccarmi per primo o - peggio ancora - per ultimo. 

Dev’essere orribile staccarsi per ultimo in una cronometro a squadre, quando il risultato finale degli altri dipende essenzialmente da te.

Perché se si è rimasti in quattro e tu non ce la fai più e stai per staccarti, gli altri tre sono costretti ad aspettarti, o a rallentare: nelle cronometro a squadre vige questa regola secondo cui il tempo della squadra è preso nel momento in cui il quarto componente taglia il traguardo. Tre non sono considerati squadra; quattro sì.

Ha senso, peraltro: le squadre sono fatte di otto corridori, e quattro è la metà di otto.
(Non ho studiato statistica per nulla.)

Insomma se tu sei il quarto e ti stacchi hai rovinato tutto. Sei stato bravo a rimanere coi più migliori tutto il tempo, ma alla fine hai combinato un mezzo guaio. Hai scattato una foto mossa.

Dacché non le corro, però, le cronometro a squadre mi piacciono. Mi piacciono perché mi piacciono gli sport di squadra e, se è vero che il ciclismo è sempre uno sport di squadra, è altrettanto vero che in una cronometro a squadre è più sport di squadra che mai. 

Ma le cronometro a squadre mi piacciono soprattutto perché sono gare estremamente differenti dalle altre. Sono una delle dimostrazioni che per vincere una corsa come il Tour de France bisogna essere in grado di cavarsela in tutta una varietà di prove diverse tra loro. Diversissime.

I grandi giri sono una specie di Giochi senza frontiere. Ecco: se il Tour fosse Giochi senza frontiere, la cronometro a squadre sarebbe la prova che si chiamava fil rouge - l’unica che le squadre disputavano separatamente l'una dall'altra. 

Adoravo Giochi senza frontiere. Oltre al fil rouge mi intrigava molto la possibilità di giocare il jolly nella prova in cui la squadra riteneva di poter riuscire meglio: il punteggio ottenuto in quella prova veniva raddoppiato, se avevi giocato il jolly. 

La Jumbo-Visma ha giocato il suo jolly nella cronometro a squadre. E ha stravinto. 

I partenti della Jumbo d’altra parte erano stati selezionati con un occhio di riguardo per questa prova. Qualcuno sostiene addirittura che l’ingaggio del vecchio Tony Martin, perfezionato lo scorso inverno, fosse finalizzato fondamentalmente alla cronosquadre del Tour 2019; ad aiutare Steven Kruijswijk, il capitano della squadra, a guadagnare i secondi che effettivamente ha guadagnato su tutti gli avversari.

Venti su Bernal e Thomas; una trentina su Nibali e Pinot; più di un minuto su Porte, Bardet, Quintana e Landa. Tanto.
Non mi spingo a dire che Kruijswijk sia diventato il favorito numero uno per la vittoria finale solo perché è davvero troppo presto.

E perché l'Olanda non ha mai vinto un'edizione di Giochi senza frontiere.

Ovviamente la maglia gialla è rimasta a Mike Teunissen, che corre pure lui nella squadra che si è giocata il jolly: Teunissen ha più che triplicato il vantaggio sul primo inseguitore in classifica generale che non sia un suo compagno di squadra (il 6°: Moscon). Se non andasse in difficoltà sulle salitelle di oggi, potrebbe conservare la maglia ancora per diverse tappe. 

Comunque vada, la sua vita è cambiata per sempre. 

Pensando alla condizione di Teunissen mi sono ricordato di un’intervista che ho letto qualche giorno fa. Una bella intervista di CyclingTips a Jacques Marinelli, francese, il più vecchio vivente ad aver indossato la maglia gialla.

Nel 1949, a sorpresa, Marinelli fu per sei giorni leader del Tour de France. Il primo Tour vinto da Fausto Coppi. Non ottenne altri risultati di rilievo in carriera, Marinelli, ma quei sei giorni gli garantirono celebrità per il resto della vita. Ancora oggi, a 93 anni, in giro lo chiamano “la maglia gialla”. Nei caffè lo riconoscono e gli offrono da bere.

Al bar dell’angolo nessuno riconosce me. Non ci sono nemmeno bambini, oggi.

Al tavolino accanto al mio sono seduti tre diciottenni che chiacchierano di musica. Uno di loro è un producer.
Dice che sta pensando di far uscire un singolo nei prossimi giorni, ma il disco sicuramente a settembre.

Perché luglio - afferma - è un mese che non va bene per queste cose.

Luglio è per chi vuole andare in vacanza.
Per chi vuole staccare.
Per chi sa che non troverà niente di meglio da fare che guardare il Tour de France.

(Quest'ultima cosa il giovane producer non l'ha detta.)

 

 

*anche oggi la sala stampa era allestita presso il divano di casa mia.

 

 

 

 

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