Tourbillon: Rossetto rosso

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"Tourbillon" è una serie di pensieri sparsi, liberamente ispirati al 106° Tour de France. Di Leonardo Piccione.

 

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Il mio tavolino è quello in fondo a sinistra. Il più isolato del bar. Quello che dovrebbe essere al riparo dalle mire di altri possibili avventori.

Perché voi continuate a cliccare su questi pezzi, e ve ne sono grato. Ma forse vi state costruendo un’idea ingiustificatamente positiva di me.

Io sono uno che quando va al bar spera con tutto il cuore di essere lasciato in pace. Confido che non si verifichi mai la condizione per la quale un altro cliente del bar si mostri interessato a sedersi al medesimo tavolino dove sono seduto io e pronunci la fatidica domanda: «Disturbo?»

«Disturbo?», mi chiede questa gentile signora di mezza età che mi si è palesata di fronte.

«Effettivamente sì: un po’ disturba. Sto seguendo una corsa di ciclismo ispirandomi alla quale più tardi proverò a scrivere un articolo, e il rischio di incrociare un altro paio di occhi quando di tanto in tanto sollevo i miei dallo schermo tende irrimediabilmente ad inibirmi», vorrei rispondere.

«Assolutamente no! Prego, si accomodi», rispondo.

(Un altro mio grosso difetto è quello di rispondere di rado nel modo in cui vorrei rispondere veramente. Certi miei atteggiamenti sono oggettivamente deprecabili. Ma siete ancora qui a leggere. Contenti voi.) 

La gentile signora si accomoda. Porta occhiali da sole firmati e una collana di perline bianche che attenua un poco la spigliatezza suggerita dalla maglietta a maniche corte, rossa e vagamente larga.

Deve avere appena terminato il turno in ufficio, o in banca. Ha un’aria molto rilassata - e chiaramente del tempo a disposizione.
Consumato l'ultimo cucchiaino di espressino freddo, difatti, si produce nella seconda delle domande che mai vorrei mi fossero poste quando sono seduto da solo in un bar: «Cosa sta facendo di bello?»

«Intende cosa stavo facendo prima che arrivasse lei?», vorrei rispondere.

«Scrivo di sport», rispondo.

«Per la Gazzetta?», rilancia lei ormai lanciata. «E di che sport si occupa, nello specifico? È in corso qualche competizione di rilevo? Chi vince?»

«È luglio, signora mia. C’è il Tour de France, la gara di ciclismo più importante del mondo. Oggi tra l'altro ci sarebbe una tappa interessante. Però al momento, tecnicamente, non sta vincendo nessuno. Ci sono cinque corridori davanti a tutti, questo sì. In gergo si definisce “fuga”.

Uno di questi cinque si chiama Rossetto, Stéphane Rossetto, e secondo me ha una storia bella. Gliela racconto. 

Trentadue anni compiuti ad aprile, Rossetto sta correndo il suo primo Tour de France. Trentadue anni non sono tanti nella vita, dirà lei, e su questo mi trova d’accordo: ho trentadue anni anch’io (qualcuno in paese si ostina a chiamarmi ancora giovinotto). Ma nel ciclismo professionistico a trentadue anni non sei più tanto giovane: non è comune esordire in una corsa importante come il Tour de France a questa età, avendo per giunta trascorso tutta la carriera in squadre di secondo o terzo piano. Questo Rossetto due anni era persino tornato a correre tra i dilettanti.

Ancora meno comune è esordire al Tour appena quattro mesi dopo essersi rotti il bacino: lo scorso marzo, mentre si allenava, Rossetto ha investito un gatto. È caduto. Siccome si trovava in discesa e andava a 50 all’ora, si è fatto parecchio male. Tuttavia è comunque tornato a casa in bicicletta, quel giorno, da solo, pedalando pianissimo. Nel tratto dal cancello alla porta d’ingresso ha dovuto strisciare sul pavimento. In ospedale gli hanno detto che si era procurato una frattura tripla. 

Poi però dopo qualche tempo ha ripreso ad allenarsi. Ha ritrovato la forma. Quando l’hanno selezionato per il Tour, due settimane fa, ha gioito molto, perché il Tour è la corsa che seguiva - alla radio - quando da piccolo andava in vacanza con i suoi genitori.

Rossetto va bene soprattutto in pianura e a cronometro, e in questo Tour è già andato in fuga due volte. È andato in fuga in due tappe su tre. La tappa in cui non ha attaccato era una cronometro a squadre: anche volendo, non avrebbe potuto farlo. Dunque Rossetto finora ha attaccato nel 100% delle tappe del Tour che ha corso nella sua carriera.

Il primo giorno, in Belgio, è rimasto tutto solo a 58 chilometri dall’arrivo: l’hanno ripreso soltanto un’ora dopo. Oggi è di nuovo davanti. Ha dichiarato in un'intervista di non andare in fuga per dare lustro al suo sponsor in diretta tv, ma perché nel ciclismo c'è sempre la speranza di vincere e di diventare eroi, in fondo, anche solo per un giorno. Rossetto attacca perché dice che restando a ruota non si combina poi granché, e soprattutto perché non ha intenzione di arrivare a Parigi e dirsi tra sé e sé “Merda, alla fine non ho concluso niente”.

Per questo quelli della Cofidis, la sua squadra, dicono che Stéphane nello spirito è un adolescente - altro che vecchio. Tutti i giorni ha voglia di fare, di approfittare al massimo del tempo a disposizione.

Ebbene, io credo che sia soprattutto per storie come quella di Rossetto che abbia senso tenere d'occhio la corsa che scorre mentre parliamo su una finestra del mio browser, anche a rischio di apparire un po' asociale allo sguardo degli avventori pomeridiani del bar dell'angolo», vorrei rispondere.

«No, non scrivo per la Gazzetta. Mi occupo di ciclismo, ed è in corso la terza tappa del Tour de France. C’è una fuga di cinque corridori che verranno quasi certamente ripresi. Alla fine credo potrebbe vincere uno tipo Alaphilippe», rispondo.

«Ah, Philippe! Interessante. Bel nome. Però adesso posso offrirle qualcosa da bere? Una cedrata, magari?»

«Una cedrata? Non è che per caso si potrebbe avere un’aranciata amara?», vorrei rispondere.

«Una cedrata? Ottima, grazie mille!», rispondo.

 

 

 

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