Portavoce degli umani

Più di così non si può fare. Prima ancora di arrivare alle interviste del dopogara, Matteo Trentin ha sintetizzato a gesti cosa si prova su arrivi come quello di oggi al Tour of Britain. Era il più titolato a rispondere, l'unico ad aver tenuto la ruota di Mathieu van der Poel fino a 150 metri dall'arrivo. Poi basta. Trentin ha spostato le mani in alto sul manubrio, inequivocabile segno di resa. Ha scosso la testa, ha alzato un pollice in direzione del rivale, complimentandosi con lui ben prima della linea d'arrivo, infine ha allargato le braccia. Contro questo Van der Poel, su arrivi del genere, più di così non si può fare.

Lo comunica Trentin ma potrebbe farlo tutto il gruppo, perché il ciclismo è bello quando si assiste a dei finali a sorpresa, ma altrettanto giusto quando vince il più forte, anche se è già scritto, anche se comincia ad essere sempre lo stesso, anche se assume vittoria dopo vittoria i tratti dell'invincibilità.

Tra due settimane ad Harrogate si assegnerà la maglia di campione del mondo. È il traguardo a cui puntano tutti: quelli che pedalano in Gran Bretagna - come Trentin o Clarke - e quelli che pedalano (e vincono) in Spagna - come Gilbert o lo splendido Cavagna di oggi. Ma in gruppo serpeggia la sensazione che potrebbe essere un arrivo senza mani sui manubri: il primo con le braccia al cielo, gli altri sconsolati con le braccia larghe. «Al momento non vedo nessuno in grado di arrivare nemmeno vicino a Mathieu», ha detto questo pomeriggio Matteo Trentin, portavoce degli umani.

 

 

 

 

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