Mascherare l'ossessione

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Sogno, sì. Però anche vincere il Tour è sempre stato un suo sogno, almeno fino al momento in cui si è accorto che non era realizzabile. Il mondiale invece è sempre rimasto a portata di mano, dice Valverde, soltanto un poco più in là. Come quando non vuoi spostarti dal divano e hai poggiato la birra giusto qualche centimetro oltre l'estensione del braccio. Non la usa Valverde, quest’immagine, ma di sicuro ripensa, mentre Sagan gli mette al collo la medaglia d’oro, alle volte in cui quel piccolo spazio in più lo ha colmato un suo compagno di squadra, e lui è rimasto a guardare, da uno o due gradini più in basso, e ad imparare. 

Dice Valverde che ci sono stati dei momenti in cui ha pensato che non sarebbe mai riuscito a colmarlo quello spazio in più, anche perché correre sempre da favorito non aiuta, e in fondo vincere è difficile, ci riesce uno solo tra tutti: la probabilità di perdere è infinitamente più alta, se ti dai per battuto in partenza è finita. Valverde era convinto che la sua carriera fosse conclusa un pomeriggio dell'estate scorsa, a Düsseldorf: una curva sbagliata sul bagnato, una caduta e tre fratture. Invece non era affatto finita lì, merito della sorte o di Rita, l'infermiera spagnola che si era presa un giorno di riposo per andare ad applaudirlo sulle strade del Tour de France e che ha finito per essere il suo angelo custode nel pomeriggio peggiore della vita. Dice Valverde che tutto quello che è arrivato dopo è stato un regalo, del destino o della volontà, non si sa. 

Per questo non ha intenzione di mettere limiti alla sorte, l'idea di ritirarsi ora non gli è mai passata per la testa. Se c'è modo di raccogliere altri doni lui c'è, il tempo che scorre non è un problema. Non è mai stato un problema, piuttosto un'occasione. Questo mondiale per esempio è arrivato il giorno del quarto compleanno della sua quarta figlia, la più piccola, i capelli cadono e la famiglia cresce, quando ricevi un regalo del genere non c'è cosa migliore che condividerlo. 

Dice Valverde che prima di questo mondiale ha dormito senza problemi, che l’ha affrontato come tutte le altre gare della carriera, quante esattamente in 16 anni di carriera non lo sa nemmeno lui. A lui basta che ci sia un traguardo, la possibilità di conquistare un altro successo: è quello che è sempre interessato per davvero ad Alejandro Valverde Belmonte, che della barba non si cura più tanto ma della vittoria ancora sì, sempre, e tutto sommato è una cosa che gli riesce bene. Dice che ha corso tranquillo, dunque, e sul rettilineo finale, quando si è trovato nella posizione peggiore, ha semplicemente valutato il momento giusto per partire, sprintare e vincere. L'istante per dire qualcosa anche a se stesso, una volta superata la linea che segna il termine dello spazio in più da colmare e che è, da 17 anni, l’unico modo che conosce per sedare la sua ossessione: "por fin", finalmente.

 

 

 

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