Doppia metamorfosi

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Il corridore al centro della foto qui sopra, scattata a Madrid alla fine della Vuelta è – lo saprete bene – lo sloveno Primož Roglič.

Domenica scorsa ha vinto la Vuelta a España, il suo primo successo in una gara di tre settimane. Anche per il suo Paese si è trattato di una prima volta assoluta, il che sarebbe di per sé sufficiente a rendere speciale l’accadimento. Ma c’è dell’altro: la Vuelta 2019 è stato appena il quinto grande giro cui Roglič ha preso parte in assoluto; il terzo con i gradi di capitano. Dopo un 4° posto al Tour 2018 e un 3° al Giro 2019, in Spagna Roglič ha vinto, allungando di un altro pezzetto la linea retta, vertiginosamente inclinata verso l’alto, che ha tratteggiato fino ad ora con la sua carriera da ciclista – la quale per giunta non è nemmeno l’unica carriera sportiva di livello che ha messo insieme nei suoi nemmeno trent’anni di vita.

Ma saprete benissimo anche questo.

L’avrete sentito talmente tante volte, anzi, che non è il caso di ribadire un’altra volta cosa facesse Roglič prima di salire su una bicicletta, e perché sia salito su una bicicletta. Sono storie che si raccontano sempre quando si parla dello sloveno: un po’ perché sono obiettivamente uniche nel loro genere, un po’ perché sono tra le poche che sappiamo riguardo Primož.

Roglič in pubblico parla molto poco, e – se possibile – sorride meno. In una delle ultime conferenze stampa della Vuelta che stava dominando ha spiegato di essere portato a gioire più che altro quando non è inquadrato; in “luoghi segreti”, come li ha definiti.

Questa dimensione così marcatamente privata, ritenuta da alcuni un elemento al limite dello scostante, non toglie ovviamente nulla al valore dell’impresa realizzata in Spagna, ma rischia inevitabilmente di ridurre la portata simbolica ed emotiva di una vittoria che invece per Roglič, per la sua squadra, per i suoi compagni significa molto più di quel che sembra.

E questo porta dritti al corridore sulla sinistra della foto. È il più felice del terzetto, forse dell’intero gruppo.

Si tratta di Robert Gesink, olandese di 33 anni. Gesink corre nella Jumbo da sempre, da quando si chiamava ancora Rabobank. Da giovane era considerato “il prossimo olandese a vincere un grande giro”, ma un grande giro Gesink non l’ha vinto mai. Non ci è nemmeno andato troppo vicino, a dire il vero: un quinto e un sesto posto al Tour, altri due sesti posti alla Vuelta.

Le infinite variabili che si frappongono tra una promessa e il suo effettivo compimento hanno assunto nel caso di Gesink forme sinistramente varie: infortuni di ogni tipo, la scoperta di un’aritmia cardiaca, l’improvvisa morte del padre in un incidente in mountain bike, le complicazioni in una delle gravidanze della moglie.

Fatto sta che nel giro di un decennio le aspettative di e su Gesink hanno fatto un salto triplo. Come quelle squadre di calcio che in poco tempo passano dalla serie C alla serie A, però al contrario: dapprima da capitano si è reinventato cacciatore di tappe, poi da cacciatore di tappe è diventato gregario, seppur di lusso.

Una doppia trasformazione che Gesink non considera in alcun modo una retrocessione, come confermato dai larghi sorrisi e da un’intervista rilasciata ieri alla rivista olandese Trouw.

«Oggi è tutto molto diverso per me», ha detto. «Ma questo nuovo ruolo mi dà enormi soddisfazioni».

Gesink considera la vittoria di Roglič il culmine di quello che quello che ha chiamato "the process", e che è durato ben più di tre settimane: «Credo sia un premio per tutti noi che c’eravamo quando questa squadra seguiva gli altri, senza mai prendere l’iniziativa. Negli anni in cui vincere era quasi un ostacolo. Ora invece è uno stimolo: adesso quando siamo noi davanti, gli altri ci temono».

La traiettoria di Robert Gesink, apparentemente opposta a quella della sua squadra, ne costituisce in realtà una versione speculare e complementare. Questo suo ridimensionamento individuale, un elemento imprescindibile per il successo dei capitani del presente e del futuro. «Mi piace correre per quelli come Primož, che in corsa ti si avvicinano e dicono che proveranno a vincere anche per te», ha concluso. «Inoltre quando abbiamo vinto negli Emirati ha regalato a tutti una bottiglia di vino. Dopo la Tirreno-Adriatico, una gita di un giorno. È un bel tipo».

 

 

 

 

 

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