The one that got away

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Hugh Carthy va in bici perché in tutto il resto - parole sue - fa schifo.

Già da ragazzino adorava pedalare più di ogni cosa, soprattutto in salita. Giacché nei dintorni di Preston, Lancashire, ci sono belle colline ma mica tante montagne, a un certo punto chiese a suo padre, a sua volta appassionato pedalatore, di andare a passare ogni anno le vacanze estive in Francia, in modo che lui potesse cimentarsi sulle salite storiche del Tour.

A dodici anni ha scalato il Mont Ventoux in un’ora e venti: il reporter Chris Sidwells, che quel giorno era sul Monte, ha scritto che la vista di quel ragazzino allampanato e concentratissimo mentre affrontava una delle salite-tempio del ciclismo mondiale fu semplicemente straordinaria.

L’attrazione viscerale per le salite e per la strada ha portato Carthy lontano dalle traiettorie tradizionali del ciclismo giovanile britannico, nel quale la pista riveste un ruolo centrale, al punto che in patria è stato talvolta etichettato come “the one that got away”. Non è un caso che sia passato professionista, nel 2015, con la Caja Rural, spagnola.

Non è un caso nemmeno che da neopro’ abbia preferito come base l'informale Pamplona alla più gettonata Girona: non è che sia un tipo asociale, Hugh, ma l’isolamento – anche questo parole sue – gli si addice.

Non ha un account Twitter. Prima che cominciassi a scrivere questo articolo aveva meno di settemila followers su Instagram adesso che sono a metà ne sono arrivati cinquecento in più, e se ne aggiungeranno altri nelle prossime ore, tutti utenti che resteranno stupiti (nel peggiore dei casi delusi) dalla gestione estremamente parca che Carthy fa dei social, o più in generale dei mezzi di comunicazione.

Una foto ogni tanto, spesso senza didascalia, la vita privata rigorosamente da parte, i fatti sempre prima delle parole. Carthy si tiene il meglio per chi lo conosce da vicino: Alex Dowsett dice che agli scorsi mondiali nessuno a cena faceva più ridere di lui.

È consapevole di non essere un intellettuale, Carthy: «Ma non sono in alcun modo uno stupido.» Preferisce il lavoro manuale all’accademia, per questo considera il ciclismo alla pari di un mestiere da imparare col tempo e la pazienza. Alcune fonti riportano che nel 2017 abbia rifiutato il passaggio alla Sky per essere più libero altrove, vivere con meno pressione e continuare a correre nel modo che preferisce: da sfavorito.

In un’intervista a Cyclingnews ha detto che secondo lui guardare troppo ai dettagli - ai marginal gains - può far perdere la prospettiva del tutto, invece lui desiderava crescere con la sua visione delle cose; soprattutto, con i suoi tempi. In un ciclismo di talenti precoci, la stagione della svolta di Carthy è stata soltanto la scorsa, la sua quinta da professionista, in cui ha vinto una tappa e la classifica scalatori al Giro della Svizzera e si è messo in luce al Giro d’Italia: brillantissimo sul Mortirolo con Nibali, 11° finale a Verona. Oggi, alla Vuelta, la consacrazione definiva.

La motivazione che lo spinge in salita, dice Carthy, discende dallo scorgere con la coda dell’occhio che gli avversari stanno arrancando; che, tirando giù un po’ di santi (oggi, vista la data, tutti), si staccano uno dopo l’altro. Esattamente quanto avvenuto a un chilometro e duecento metri dalla vetta dell’Angliru, quando ha fatto valere la sua determinazione – e il suo eccezionale rapporto peso-potenza – e ha allungato sulle pendenze più dure di uno dei luoghi del ciclismo che più lo intrigano, portandosi in classifica generale ad appena 32 secondi dalla maglia rossa (tornata sulle spalle di Carapaz dopo la mini-crisi di Roglič).

A 26 anni, Hugh Carthy è ancora tutto da scoprire. È un personaggio affascinante e un corridore unico nel suo genere: un britannico che ha occhi solo per le montagne, uno scalatore puro alto centonovantatré centimetri che dice che da qui a Madrid tutto è ancora possibile. (Testo: Leonardo Piccione. Foto in copertina: Gomez Sport)

 

 

 

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