Un secondo di troppo

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

William Barta, detto Will, ha ventiquattro anni e viene da Boise, la capitale di uno stato americano famoso per le patate, per le Montagne Rocciose, per Aaron Paul e per l’origine del proprio nome (che pare derivi da una specie di burla), certo non per la sua tradizione ciclistica: l’Idaho. Barta (nessuna parentela con l'omonimo Jan, il passista ceco ex-Bora) ha cominciato a pedalare all’età di undici anni; in camera aveva un poster di Andy Schleck.

Del ciclismo lo colpirono la durezza e la possibilità, se ci si allena a dovere, di vedere i risultati del proprio lavoro: «Cosa che non sempre accade in altri sport tipicamente americani, come ad esempio il baseball». Dopo i primi risultati è stato messo sotto contratto dalla Axeon, la squadra diretta da Axel Merckx (squadra da cui sono passati, tra gli altri, anche João Almeida e Tao Geoghegan Hart), con cui è passato professionista nel 2018. L’anno scorso è stato ingaggiato dalla CCC, che l’ha selezionato per la Vuelta sia nel 2019 che nel 2020.

Non conosce ancora bene il suo potenziale da corridore, anche se ha un debole per la Liegi-Bastogne-Liegi. Spera ad ogni modo di diventare un compagno di squadra fidato e di vincere qualche tappa nei grandi giri – magari a cronometro, la specialità nella quale riesce meglio. Oggi alla Vuelta, proprio a cronometro, è stato battuto soltanto da Primoz Roglič, uno dei più forti cronoman degli ultimi anni, che per la seconda volta in questa edizione ha strappato la maglia di leader a Richard Carapaz.

A Barta è sfuggita la prima vittoria da professionista per la miseria di un secondo. Dopo essersi alzato dalla sedia in pelle nera che a lungo aveva cullato i suoi sogni di gloria, ha dichiarato che oggi più di così non poteva fare, e che proverà a mettersi ancora in mostra nelle tappe che restano da qui alla fine della Vuelta, possibilmente in fuga. La fine della Vuelta sarà anche la fine della sua squadra: ancora senza contratto per la prossima stagione, Barta dovrà capire altrove che corridore potrà essere. Nel suo curriculum brillerà la tappa di oggi, nonostante quel secondo di troppo. (LP)

 

 

 

 

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