Un'ora

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Il tempo è un’entità infinita e indefinibile, che scorre senza mutazione durante tutta la nostra vita. Non si può modificare il tempo, non si può rallentarlo né accelerarlo, nemmeno l’uomo con tutta la sua smania di controllo dell’esistente è mai riuscito a intervenire sul suo ineluttabile scorrere.

Tuttalpiù l’uomo ha provato a suddividerlo, a misurarlo e classificarlo. Da che abbiamo testimonianza delle civiltà più antiche, vi è sempre stata una forma di descrizione del tempo: l’alternarsi del giorno e della notte e il ciclo delle stagioni hanno permesso all’uomo di afferrare una circolarità nel tempo che scorre, e di utilizzarla per definirlo. La durata di ogni giornata è stata sezionata in segmenti sempre più piccoli, dal millisecondo alle 24 ore.

Cos’è in fondo un’ora se non una suddivisione del tutto arbitraria che l’uomo ha definito nel tentativo di delimitare il tempo? Al di fuori della teoria, è possibile descrivere fisicamente un’ora?

Qualsiasi suddivisione di tempo è descrivibile soltanto attraverso le nostre percezioni; non siamo in grado di identificare un’ora, ma possiamo assegnargli un valore collegandolo alle nostre esperienze. E in tempi di precarizzazione selvaggia, l’ora riscopre anche un valore economico ben chiaro: si torna ad essere pagati a ore, e ogni ora torna ad avere il suo prezzo. Se tenessimo i conti di ogni istante delle nostre vite, potremmo essere in grado di assegnare un prezzo anche al minuto, forse anche al secondo, e soppesare ogni nostro gesto in base al suo valore. Ma fintanto che -fortunatamente- questi conti non li teniamo, l’ora che passa continuerà ad essere una percezione.

Cos’è quindi un’ora? Dove la possiamo incontrare e come la possiamo riempire? Per i cattolici, e per tanti che nelle chiese ci sono forzatamente cresciuti, un’ora è la messa domenicale: è quella sensazione di noia e fede, quell’attesa scandita dall’alzarsi e dal sedersi nella speranza di rivedere la luce del sole all’esterno.

Un’ora è per tanti il tempo che si impiega per arrivare al lavoro ogni mattina, su e giù tra autobus e treni, o bloccati in coda lungo qualche tangenziale, dove il tempo sembra scorrere a velocità diverse, ma così non è, è un’ora resta sempre un’ora. Un’ora è il tempo necessario per ascoltare “Music for 18 musicians”, per orientarsi nella sua struttura quasi piramidale e da essa farsi trascinare, fino a raggiungere, un’ora più tardi, la cima di quella piramide di suono ideata da Steve Reich per fornire un punto panoramico da cui guardare il mondo con le orecchie.

 

Ma la stessa ora potrebbe essere poco più della durata di un ascolto di “Master of Puppets”, dove il tempo si stringe e si dilata come un elastico, partendo con qui pochi passi di lenta rincorsa che introducono “Battery” e il suo battaglione lanciato all’attacco per la carica della title-track, per poi contorcersi negli spazi di "The Thing That Should Not Be" e “Sanitarium” prima del velocissimo sprint finale di uno dei lati B più travolgenti della storia del rock.

Di certo un’ora non è il tempo necessario per una partita di football americano, benchè la durata di un match sia esattamente un’ora. Un lasso di tempo ingannevole, perchè nel football americano il tempo si ferma, qui si cerca davvero di modificarne lo scorrimento arrestandolo ogniqualvolta si ferma il gioco fino a creare un concetto nuovo di tempo, quel tempo effettivo con cui l’uomo prova a sfidare quest’entità sfuggente.

Un’ora è stato il tempo sufficiente per riscrivere la storia della bicicletta, più ancora che del ciclismo. E’ quanto fece 22 anni fa, nel luglio del ‘93, uno sconosciuto ciclista scozzese: Graeme Obree non era un professionista quando decise di assaltare il record dell’ora, era soltanto un appassionato di biciclette, padrone di un negozio caduto in fallimento ed ex aspirante suicida. Però aveva un’idea, e sapeva che quell’idea poteva valere un record, e riscrivere in chilometri la durata di un’ora. Obree si costruì la sua bici in casa usando addirittura dei pezzi della propria lavatrice, affittò con i propri risparmi l’altrettanto sconosciuto velodromo norvegese di Hamar, e lì pedalò per un’ora coprendo la distanza di 51.596 km ed entrando nella storia della bicicletta.

A seguire il record di Obree da casa propria nei sobborghi di Londra c’era un ragazzino chiamato Bradley Wiggins, il figlio di un ex-pistard australiano che, affascinato dall’attività di un padre che risultava disastroso ogni volta che scendeva di sella, aveva da poco iniziato a muovere le sue prime pedalata sullo storico anello di Herne Hill.

Ventidue anni, ovvero 191.904 ore più tardi, Wiggins è arrivato ad assaltare quel record in tutt’altra maniera: al posto del ciclista sconosciuto c’era uno dei più grandi campioni del ciclismo moderno, vincitore di mondiali su pista e strada, di un Tour de France e di un’Olimpiade, al posto del semisconosciuto velodromo c’era l’anello di Lee Valley Park teatro dei trionfi britannici a Londra 2012, al posto di una bici autocostruita c’era un modello unico da decine di migliaia di euro, sviluppato da un team di ricercatori internazionale per ottenere il massimo da un regolamento fattosi ben più rigido col passare del tempo.

Un contesto diametralmente diverso per uno stesso esercizio: un’ora di pedalate continue al massimo dello sforzo, in quella che tutti i grandi campioni hanno definito come la prova più faticosa del ciclismo, un concetto che si può estendere probabilmente al limite di fatica massimo dell’intero sport. Eppure “è il puro ciclismo”, come detto da Wiggins stesso alla vigilia del suo record.

Ora in italiano è un termine ricco di significati, va oltre il valore di misura del tempo per indicare un istante esatto: il presente. Ora è un momento che non è definibile in alcun modo, perchè appena ci pensi quell’istante è passato. L’unico modo per fissare quell’istante è metterci un marchio in grado di storicizzarlo. L’ora di Bradley Wiggins è intorno alle 20:30 di domenica 7 giugno, quando il baronetto inglese ha potuto finalmente alzare la testa dal manubrio e guardare intorno a se’ un velodromo in festa per l’impresa che fa di Wiggo il nuovo recordman dell’ora. E che ci dice esattamente quanto è lunga un’ora: 54,526 chilometri.

 

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Crampi Sportivi.

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