La benedetta primavera di Wout van Aert

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

La primavera quest'anno è cominciata presto, prestissimo. Luogo e data sono noti: Valkenburg, Paesi Bassi; domenica 4 febbraio, intorno alle 15:13. E' il momento in cui tra Wout van Aert e Mathieu van der Poel si è creato un piccolo buco: tre o quattro metri. Van Aert davanti a menare, van der Poel disperato nel tentativo di chiuderlo quel buchetto. Talmente disperato da infilare due errori marchiani nel giro di poche pedalate, con quei metri che da tre o quattro sono presto diventati trenta, e poi basta. Poi per un'ora c'è stato solo Wout van Aert, gli altri a distanza siderale. Al traguardo van Aert si vestiva per il terzo anno di fila della maglia con i colori dell'arcobaleno; come Peter Sagan, come Nino Schurter: sono tempi di conservazione per il ciclismo, che da tre stagioni assegna alle stesse tre persone i suoi principali titoli outdoor. Per Wout van Aert, dopo una stagione all'inseguimento, poteva sembrare un obiettivo raggiunto con fatica. Invece era un punto di partenza, il principio della primavera. Il mondiale di Valkenburg è stato il guanto di sfida, il segnale che il mondo del ciclismo aspettava di raccogliere, e la reazione è di puro fermento.

Che van Aert volesse puntare sulle classiche di primavera lo si sapeva da tempo, tanto che aveva strutturato la sua stagione invernale in funzione anche di quanto sarebbe seguito su strada, o su pietra che dir si voglia. Una scelta naturale, guardando al percorso di crescita di un corridore che, mentre inanellava successi e sconfitte nel ciclocross, compiva un passo dopo l'altro la sua esplorazione nel ciclismo su strada, cominciata addirittura da teenager, quando nel maggio 2013 fu schierato al via del Giro del Belgio, 150° classificato sui 158 corridori al traguardo della prima tappa, vinta da André Greipel. Da allora van Aert è cresciuto con la velocità di un razzo nel ciclocross, e in costante progressione sulle strade: la prima vittoria nel 2016 proprio al Giro del Belgio, nel cronoprologo in cui si tolse lo sfizio di battere Tony Martin. Tre mesi più tardi la Schaal Sels, la scorsa estate Ronde van Limburg, Bruges Cycling Classic e GP Cerami, con in mezzo un sesto posto al campionato nazionale a cronometro e due piazzamenti d'onore tra Hageland e Schaal Sels. Ora per lui arriva la primavera.

Che van Aert volesse puntare sulle classiche di primavera si sapeva, è vero, ma l'esplosione del fermento è arrivata soltanto nelle ultime settimane: era come se ci fosse soltanto un vociare sommesso, pronto a prorompere in rumore assordante al giusto segnale. E quel segnale è arrivato da Valkenburg. Il mondiale conquistato a ridosso delle classiche, perdipiù nella prima stagione senza Tom Boonen e con un Peter Sagan che ha optato per un calendario più ristretto, ha spinto van Aert ancor più sotto i riflettori. Di colpo il suo esordio è diventato l'elemento di interesse di questa primavera ciclistica, con RCS Sport abile ad annusare velocemente l'andazzo e ad allargare gli inviti per la Strade Bianche concedendo in extremis un invito alla Veranda's Willems. Quella di domani sarà la prima corsa su strada in Italia per lui, ma l'attenzione nei suoi confronti non sarà certo quella di un'esordiente.


foto di Tornanti.cc

Perchè tanto interesse per un campione del ciclocross che passa alla strada? In fondo è una storia già vista anche in tempi recenti. Non è necessario tornare ad epoche ciclistiche precedenti, a Roger de Vlaeminck, Pascal Richard o papà Adrie van der Poel; non è necessario nemmeno andare a guardare gli exploit giovanili di chi dal fango è passato ai successi su strada, come Peter Sagan, Matteo Trentin o Fabio Aru. Le pietre delle classiche del Nord hanno visto infatti sobbalzare le cosce di almeno tre campioni del mondo del ciclocross recente: Zdeněk Štybar, Lars Boom e Sven Nys, il cui sfortunato passaggio su strada (2001-2003) fu invero precedente al suo primo titolo iridato. Tre nomi di primissimo piano, che fuori dal loro habitat naturale hanno raccolto alterne fortune, con il solo Štybar dimostratosi sufficientemente solido per soggiornare stabilmente ad alto livello nell'élite ciclistica del World Tour.
Tra Wout van Aert e campioni di questo calibro la differenza non è certo troppo marcata, quello che è cambiato nel mezzo però è il ciclocross. Il ventennio di Sven Nys e la copertura planetaria offerta dalle connessioni a banda larga (prima o poi sarà il caso di ammettere che la diffusione degli streaming pirata è ciò che ha salvato il ciclismo di questi anni) hanno stravolto questa disciplina, rimettendola al centro del cuore degli appassionati di ciclismo. Wout van Aert oggi non è un talento da scoprire ma un personaggio globale, sostenuto da sponsor di rilevanza internazionale, capace di muovere le folle per i suoi duelli con Mathieu van der Poel. Il mondiale di Valkenburg, colpevolmente snobbato dalla televisione italiana, ha fatto registrare oltre 38'000 spettatori sul circuito, il suo hashtag è stato trending topic per tutto il weekend in diversi paesi del mondo.

Il fermento con cui il ciclismo attende Wout van Aert su strada è quello di chi ha già le aspettative alte, e i primi indizi non fanno che spingerle ancora un po' più su. La Omloop Het Nieuwsblad, prima vera classica affrontata dal rolling stone di Herentals, lo ha visto sgambettare già insieme ai migliori. Curiosamente la prima inquadratura dedicatagli dalla regia nelle fasi calde è stata soltanto nel finale di corsa, poco prima di Geraardsbergen, e proprio sulle pendenze del Muur si è visto il van Aert che non ci si attendeva, capace di tenere le ruote di gente come Greg van Avermaet, Sep Vanmarcke e Oliver Naesen: un segnale molto più chiaro del 32° posto finale. Lo stesso van Aert si è detto stupito, e pentito di non aver rilanciato nel finale di gara: "ho commesso un errore, ero troppo soddisfatto dell'essere in quel gruppo e non mi sono più concentrato sul vincere la corsa".

A seguire la prestazione di van Aert sul bus della Veranda's Willems c'era Tom Boonen, invitato a suon di birre dal team manager Nick Nuyens, che si è detto "impressionato", non soltanto dalla condizione del belga ma anche dal modo in cui ha corso nel finale, senza esitazioni. Un entusiasmo a cui fa eco quello di Monsieur Roubaix Roger de Vlaeminck, che lo ha addirittura criticato per la troppa generosità ("quando ho vinto il mio primo Het Volk non ho tirato un metro"). E proprio la Roubaix, esplorata nei suoi ultimi cento chilometri qualche giorno fa in compagnia di Stijn Devolder, è inevitabilmente la classica dei sogni dell'iridato di ciclocross. La sua lunga primavera passerà per Strade Bianche, GP Larciano, Nokere Koerse, GP Denain, Tre giorni di La Panne, Gent-Wevelgem, Dwars door Vlaanderen e Giro delle Fiandre per concludersi sulla pista del Vélodrome André-Pétrieux. Una progressione di impegni in cui dovrà conservare la forma costruita nella stagione del ciclocross ma allo stesso tempo acquisire il fondo, perchè sino ad oggi non ha mai affrontato prove di oltre 250 chilometri. "Sarà una sfida diretta al mio fisico", ha commentato van Aert dopo la ricognizione sul pavè, ribadendo però subito di essersi divertito molto, soprattutto a Mons-en-Pévèle. Il suo obiettivo resta infatti il divertimento, prima di tutto. Buttarsi in corsa con lo stesso spirito con cui giocava coi ragazzini, fingendosi un anziano cicloamatore. Dopo le fatiche di un inverno sugli sterrati, dopo aver fatto contenti i suoi tifosi prolungando l'impegno di due gare solo per mostrare la rinnovata maglia iridata, van Aert chiede a questa primavera soltanto fiducia. Vuole vedere come sono le classiche e capire se fanno al caso suo, se potrà affiancare l'impegno a quello nel ciclocross negli anni a venire, vuole trovare il giusto equilibrio tra fiducia consolidata e curiosità.

Dalla primavera di van Aert non si sa cosa arriverà, c'è chi lo vede già a giocarsi la vittoria domani in una Strade Bianche che si annuncia più gelida e fangosa che mai e chi dubita che sarà in grado di battersi con i grandi nomi nelle prove più importanti. Il suo allenatore Niels Albert, a proposito di iridati nel ciclocross, crede che possa puntare ad un piazzamento importante nella Dwars door Vlaanderen, non prima. A detta del telecronista di Sporza Michel Wuyts sarebbe già un risultato grandioso. A van Aert bisognerà lasciare libertà e soprattutto tempo: la sua Het Nieuwsblad a fine stagione potrebbe rivelarsi la sua performance migliore o l'inizio di una campagna trionfale. Nell'uno o nell'altro caso, chi ci avrà guadagnato sarà il ciclismo, che da questo fermento sta trovando soltanto un entusiasmo contagioso. "Take time to do what makes your soul happy", scriveva van Aert durante un ritiro invernale in Toscana. Prendiamoci il tempo di questa primavera per guardarlo correre, crescere, forse anche vincere. Ci farà felici.

 

 

 

 

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