[Yorkshire2019] Still here

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Uno, due, tre, quattro, cinque colpi con l'indice destro sul casco, di lato, per chiarire subito da dove viene la sua vittoria. Uno, due bruschi pugni con la mano destra in avanti, a scacciare l'aria e le «molte parole» che lo hanno inseguito negli ultimi due mesi. Infine le mani al cielo, i due indici puntati verso un arcobaleno che non si vede ma c’è, e ci sarà – sulla sua divisa – per almeno un altro anno. Rohan Dennis ha tagliato il traguardo della crono mondiale così, esultando come se fosse un arrivo in volata. E a prima vista sembrava quasi fosse uno sprint a due, in effetti, con Primož Roglič in un angolo, schiacciato dall’inquadratura e sopraffatto dalle fatiche della Vuelta – oltre che dal ritorno di un campione.

Settanta giorni fa Rohan Dennis era un mistero, fuggito – più che ritirato – dal Tour de France alla vigilia dell'unica tappa che avrebbe affrontato da favorito, in maglia iridata. Settanta giorni dopo, lo stesso Dennis è sul rettilineo di Harrogate che abbraccia la moglie Melissa e il figlioletto Oliver, del quale ha prolungato una condizione unica e speciale: per tutta la durata della sua vita, cominciata lo scorso mese di ottobre, Oliver è stato figlio di un campione del mondo. Lo sarà ancora: il suo papà è il ciclista più veloce del pianeta. «Solo per oggi», dice lui con le parole ma soprattutto con la testa, protagonista di questo pomeriggio quasi più delle sue gambe.

Testa che Dennis ha confessato di aver sbattuto contro il muro, qualche volta, chiedendosi perché andare avanti a fare questo mestiere, con i sacrifici e la sofferenza che richiede. Testa che è riuscito comunque a concentrare su quello che luccicava tra le crepe di quel muro: uno sbiadito arcobaleno. Si dice che il problema di Dennis sia quello di dire sempre tutto in modo schietto, forse troppo. Una specie di piantagrane, insomma. E certo oggi ha creato delle grane a tutti, persino a Remco Evenepoel, che seduto sul trono del capoclassifica provvisorio sperava di poter aggiungere l'iride alle stelle del titolo europeo.

Invece è rimasto fermo e sconfitto, Remco, costretto ad esibire in mondovisione un grugno di insoddisfazione che lo rende di colpo più umano e più vicino a quello che ci si aspetterebbe da un adolescente esuberante. Il merito di oggi di Dennis, a conti fatti, è anche questo: aver battuto nettamente Evenepoel; aver prodotto sul suo viso un’espressione di smacco destinata a diventare una rarità. Aver resistito, lui che di anni ne ha quasi 30, all’arrembaggio di due poco più che ventenni: il secondo e il terzo di oggi, Evenepoel e l’ottimo Ganna, hanno 42 anni in due. A esultare, ad Harrogate, è lo stesso di un anno fa – che poi è lo stesso dei misteri di 70 giorni fa. Rohan Dennis non se ne è mai andato: «Sono ancora qui per correre, sono ancora qui per vincere».

 

 

 

 

 

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