[Yorkshire2019] Facce mondiali

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Quello di ieri è stato un mondiale di gambe.

Gambe grosse, tornite, tirate. Gambe che spingono e s’impastano, che rilanciano e s’incatramano.

È stato un mondiale di teste: di input trasmessi troppo presto o troppo tardi, di scelte razionali rivelatesi sbagliate e di decisioni irrazionali divenute vincenti, consolidatesi minuto dopo minuto nel tragitto rivelatore che trasforma il segnale nervoso in circolo di sangue, e che passa sempre per il centro, attraverso lo snodo che dà seguito e concretezza ai progetti della testa, talvolta con successo, e che chiamiamo altrimenti cuore.

Ma è stato, quello di ieri, soprattutto un mondiale di facce. 

Perché il ciclismo si realizza per mezzo dei muscoli che pompano, o che invitiamo a pompare, o che imploriamo di pompare, ai quali in tutti i casi ci rivolgiamo questuanti, ma comunica la sua essenza attraverso muscoli a cui invece non chiediamo nulla, che accettano e basta, che subiscono le decisioni e si limitano a esprimere il proprio disappunto nell’unico linguaggio che conoscono: le smorfie.

E così la bocca si storce, la fronte si ingrinzisce. Il muscolo procero fa aggrottare le sopracciglia e quello buccinatore contrae le guance, e insieme a una ventina di altri loro pari mutano la faccia di un ciclista in uno specchio rotto, il volto di Küng in un picasso. 

Se quello di ieri è stato un mondiale di facce, Stefan Küng ne è stato l’indiscusso vincitore.

Maglia iridata di boccacce, Küng ha trascorso l’ultima ora e mezza di corsa davanti, prima soltanto in compagnia di Craddock, poi anche con Pedersen, Teunissen e Moscon, da un certo punto pure con Trentin e Van der Poel. La testa della corsa cambiava composizione; dopo esser cresciuta, cominciava a perder pezzi, non senza sorprese, ma Küng era sempre là, prevalentemente in prima posizione, a esibire al mondo tutti i suoi muscoli facciali – oltre che tutti i suoi chili.

Ottantatré secondo le statistiche ufficiali.

Küng è uno dei ciclisti che a buon motivo vengono paragonati a mezzi meccanici: macchine, trattori, cingolati. Qualche volta locomotive, come nel caso del connazionale a cui Küng vorrebbe somigliare, e a cui qualche stagione fa era stato persino affiancato, Cancellara. O transatlantici magari: Küng ritiene che la sua specialità sia “mantenere molto a lungo la velocità di crociera”.

Idoli assoluti Obree e Wiggins, sogno nel cassetto la Parigi-Roubaix, il ventiseienne Küng ama il risotto e la costiera amalfitana, uno dei tanti luoghi che il ciclismo (“un virus, più che una passione”) gli ha permesso di conoscere.

Ad Harrogate, nella gara migliore di una carriera finalmente decollata, pensava di ottenere un risultato peggiore che nella prova a cronometro (10°), invece ha portato a casa una medaglia che alla Svizzera mancava da vent’anni.

Ha provato a ottenere qualcosa di più del bronzo, in realtà, cercando di staccare Trentin e Pedersen sull’ultimo strappo, con un’ultima trenata e un ultimo ghigno. «Ma gli altri due mi hanno battuto» ha detto alla fine, senza più energie, senza tante parole né rimpianti. 

 

 

 

[la foto di copertina è di Cor Vos, via CyclingTips]

 

 

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