Onde di sabbia

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Mentre sudiamo sdraiati sui nostri teli da mare non ci pensiamo mai, ma occorrono millenni per trasformare la roccia in sabbia. Passano infiniti impatti e frizioni tra rocce prima puntute e poi via via più arrotondate, milioni di litri d'acqua, che leviga e dolcemente strappa, di ghiaccio che frantuma, di sali che corrodono, di urti. E' un processo di distruzione lenta quello che riduce tutto a sabbia. Eppure con la sabbia costruiamo, inventiamo castelli agostani, piste di biglie, letti assolati, talvolta persino terreni di scontro.

Il circuito di Zonhoven è un pozzo di sabbia in cui gettarsi a testa bassa affidando anima e ossa a Poseidone. A Zonhoven non ci sono le delicate dune di Koksjde, da scavalcare pedalando di potenza, qui la sabbia benchè statica è mobile, inghiotte e trascina a terra, accompagnata da un boato che sa di birra e olio rifritto. Zonhoven è l'inghippo di un mondo in cui basta un granello di sabbia per arrestare l'ingranaggio, è una gara di surf al contrario, dove l'onda su cui stare in equilibrio è un ammasso soffocante di granelli, senza nemmeno la vista del mare. Tuttalpiù si può vedere la brughiera, ma dal Kuil, dal pozzo di sabbia, si fatica anche solo ad immaginarne la presenza. Per trovarla bisogna sfidare subito, ancora, la stessa arena; risalirla schiacciandosi la speranza tra i granelli nelle scarpe, una lunga scala mobile in senso contrario.

Mathieu van der Poel ha imparato presto ad affrontarla tutta questa sabbia. Glielo hanno insegnato la genetica, che lo ha dotato di gambe lunghe e potentissime e di un albero genealogico di nobiltà ciclistica, e la sfacciataggine dei vent'anni, che lo porta a sbagliare e correggersi nel tempo di uno sputo. Ha capito che la sabbia va affrontata come fa il mare, va schiaffeggiata, non accarezzata. La sua corsa è una mareggiata, che parte da lontano e si infrange sul territorio e sugli avversari non appena il fondale si alza, quando si emerge alla superficie della distanza e della resistenza. Alle onde lunghissime servono pochi metri di risalita del fondo marino per infrangersi sulla battiglia, a Mathieu van der Poel è bastato mezzo giro per travolgere Zonhoven come una burrasca.

In equilibrio sulla cresta delle onde, Mathieu si è girato scorgendo talvolta l’arcobaleno di Wout van Aert, talvolta l’inatteso volto del fratello David, più sovente nessuno. L’approdo sicuro non era la sabbia ma l’ottava vittoria stagionale su nove gare disputate. Un altro granello nella clessidra che scandisce i tempi di un’annata partita con passo titanico. Un contrafforte in più in un castello destinato a resistere a decenni di marosi.

 

 

 

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