[Amstel 2021] L'immagine di un istante

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Ha scelto un paio di jeans, una felpa grigio chiaro e un giubbotto di pelle nero. Il ciuffo è sempre lo stesso, il sorriso non si sa, cortesia di una mascherina azzurra. Tom Dumoulin si è alzato questa mattina ed è andato a una corsa. Non gli accadeva dal 27 ottobre, settima tappa della Vuelta. Qualche ora prima dell’ottava decise di non ripartire. E non è ripartito per nessuna gara dei sei mesi successivi: Dumoulin ha messo la sua carriera in pausa, si è iscritto all'università, si è preso il tempo da dedicare a se stesso che non trovava più. Ma l'Amstel Gold Race non è una corsa come le altre. Passa sulle strade di casa sua, nelle campagne di Valkenburg gli striscioni inneggiano ancora a lui.

All'imbocco del Cauberg ci sono transenne alte due metri, ricoperte di teli neri. L'Amstel di quest'anno c'è ma nessuno deve vederla, come un rito esoterico. Sono ammessi solo gli iniziati del gruppo e quelli della terra che ospita il rito: Tom Dumoulin appartiene in qualche modo a entrambe le categorie. È stato prima di tutto alla partenza, a salutare colleghi e compagni di squadra – o forse ex colleghi ed ex compagni, il confine è permeabile. Si è battuto il pugno con Primož Roglič, col quale continua a scambiarsi messaggi via telefono. Ha incoraggiato Wout van Aert e Marianne Vos. Poi è salito nell'auto della direzione di corsa e si è fatto dare un passaggio fino a casa, dove ha accolto la corsa con le mani in tasca, ai piedi di un cartello col nome della strada: Slakweg, via della lumaca, a poche centinaia di metri dal traguardo di Berg en Terblijt. L'ha vista passare e ripassare, quest'edizione dall'andamento a spirale, cercando di indovinare le differenze in un gruppo che, almeno a prima vista, sembrava non mutare affatto.

Trascorrono all'incirca 25 minuti tra un passaggio e il successivo, tempo più che sufficiente perché la corsa cambi, per cambiare idea, ma non oggi. Oggi bastava un istante per cambiare tutto, nel mondo chiuso tra i teli neri. È bastato il momento in cui la catena gli si è incastrata, per concludere la corsa di Roglič. È bastato l’attimo degli sguardi tra Kasia Niewiadoma ed Elisa Longo Borghini, per spianare la strada del successo a Marianne Vos. Non è bastato un centesimo di secondo, invece, per decidere chi tra Wout van Aert e Tom Pidcock avesse vinto alla fine l'Amstel Gold Race. Occorreva una frazione più minuscola. Quattro millesimi, dice l'elaborazione ufficiale del photofinish. Traslata nello spazio, si tratta di poco più dello spessore di un capello. Un risultato che non si può vedere a occhio nudo, anche perché non ci sono occhi a guardare quello che i media locali chiamano "millimetersprint". C’è soltanto un'immagine meccanica. Van Aert ha detto subito che si sentiva di aver vinto, poi ha detto di aver rivisto la volata e di aver smesso di sentirlo. Invece ha vinto davvero lui, dice l'unico infallibile occhio, e a chi sta oltre i teli neri resta solo una fotografia distorta che rappresenta ciò che nessuno sguardo può immortalare. È l'immagine di un brevissimo istante che scorre.

 

 

 

 

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