L'arte di perdere

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Quando le Dolomiti incombevano minacciose, Luigi Malabrocca scattò. Accumulato un discreto vantaggio, improvvisamente scese di bici e scavalcò una siepe. Nel prato c’era un grosso contenitore in mattoni: una scorta d’acqua per i campi oppure, chissà, un deposito di concime. Lo scoperchiò e ci si infilò dentro, bici al seguito.

Il gruppo era passato ormai da tempo, quando un contadino baffuto fece visita al ciclista nascosto.
-­Alùra?
-Alùra cosa. Sto facendo il Giro d’Italia!
-Nella mia vasca?

Malabrocca ripartì. Affrontò, sotto un sole cocente, il passo Rolle. E poi Pordoi, Campolongo, Gardena. Solo, ultimo. Mentre Fausto Coppi alzava le braccia sull’arrivo di Bolzano, al nostro mancavano ancora cinquanta chilometri. Il rischio di arrivare oltre il tempo massimo ed essere eliminato dal Giro era concreto. Ma ce la fece.

Quel giorno Malabrocca riuscì a perdere molti minuti in classifica generale dal suo acerrimo nemico Sante Carollo. Era appena entrata nel vivo una delle rivalità più incredibili della storia del ciclismo: Malabrocca e Carollo, tra beffe esilaranti e ingegnosi imprevisti, si contendevano l’ultimo posto al Giro d’Italia 1949. Carollo e Malabrocca avevano un obiettivo comune: la maglia nera.


Uno degli episodi più famosi della saga di Luigi Malabrocca, reinterpretato dalla matita di Michele Santoruvo

 

L’accostamento della maglia nera all’ultimo in classifica si deve a un calciatore. Giuseppe Ticozzelli faceva di professione il difensore, ma amava ogni tipo di sfida in modo piuttosto viscerale. Nel 1926, per esempio, decise di correre il Giro d’Italia. Lo fece indossando la maglia del Casale, la sua squadra dell’epoca, che era per l’appunto nera. Ticozzelli riuscì a concludere solo tre tappe del Giro, ma sarebbe bastato a segnare per sempre la storia del frasario sportivo italiano.

La conquista della maglia nera divenne, nei Giri d’Italia del dopoguerra, una competizione con tanto di premi: damigiane di vino e olio, maialini, quadri d’autore, qualche soldo. Essere ultimi poteva rivelarsi un affare: Ciro Verratti, inviato storico del Corriere della Sera, scrisse nel ’49 che la maglia nera “è nata per ridere, ma sta diventando una cosa seria”.

In effetti l’umiltà e la tenacia messe in mostra dall’ultimo in classifica ricalcavano esattamente quelle che erano le qualità di un Paese che provava a rialzarsi: l’Italia di De Gasperi era piena di speranze e povera di tutto il resto. E allora sulle strade della penisola, da Nord a Sud, si inneggiava -certo – a Coppi e Bartali, ma pure a Carollo e Malabrocca.


Sante Carollo indossa una maglia nera simbolicamente donatagli al termine di una tappa.

 

Ultimi per vocazione

L’ultimo, nel ciclismo, ha una dimensione morale che va oltre le contingenze storiche e pure quelle evangeliche, nonostante nelle tappe a cronometro si realizzi effettivamente la condizione degli ultimi che diventano primi: l’ordine di partenza è capovolto rispetto alla classifica generale.

L’elemento qualificante, nell’epopea delle biciclette, è sempre il dolore. Quello fisico, in prima istanza. Quello che Jens Voigt – uno degli uomini più integri che abbiano corso su due ruote negli ultimi vent’anni – ama chiamare nemico preferito. “Il dolore mi mantiene giovane. Ci guardiamo negli occhi ogni mattina, aspettando un segno di debolezza da parte dell’altro. Gli dico: Rieccoci, mio vecchio nemico. Diamoci dentro anche oggi!”.

Secondo Marzio Bruseghin, l’ex-cronoman che alleva asini perché sono gregari formidabili, “la sofferenza arriva quando passi il limite della fatica, quando sei costretto a cercare le forze che non hai più. E allora non riesco a capire perché tanta gente ammiri un atleta solo perché trionfa e gli attribuisca un valore umano più grande, perché?, e gli altri?”.

Ecco, nelle grandi corse a tappe gli ultimi soffrono molto più dei primi. Banalmente, perché restano in sella più a lungo: alla fine di un Giro l’ultimo avrà pedalato circa 6 ore più del vincitore. Una tappa aggiuntiva, in pratica. In più, il ciclismo è uno sport in cui gli atleti sono frequentemente chiamati a fare qualcosa per cui non sono affatto portati. I velocisti, potenti e abituati a giocarsi la vittoria sul filo dei centesimi di secondo, in montagna vanno piano – e perdono minuti su minuti – semplicemente perché la salita non fa per loro. Non fingono, non vanno a spasso: si accartocciano sulle biciclette solo per arrivare entro il tempo limite.

La maglia nera finisce allora per essere un premio-beffa per chi tiene duro più a lungo: quelli dietro di te si ritirano e tu ti ritrovi ultimo in classifica, ma vai lo stesso avanti perché se molli lo spettacolo prosegue senza di te, e il sentimento di esclusione fa più male dell’acido lattico che blocca le gambe.

L’idea di una corsa ad eliminazione e il conseguente culto del sopravvissuto erano due cardini del pensiero di Jacques Goddet, patron storico del Tour de France: “Un buon Tour è darwiniano; il Tour perfetto è quello dove ne rimane solo uno”. A fine corsa, di conseguenza, un corridore in maglia nera può rivendicare a buon diritto di essere arrivato non ultimo, ma centotrentacinquesimo o centoquarantunesimo. È a tutti gli effetti un sopravvissuto.

A fine corsa succede pure che tutta la sofferenza accumulata nelle settimane precedenti sembri, se non sparita, quantomeno trasfigurata. Appare in tutta la sua forza purificatrice: come tutto ciò che rende migliori, diventa desiderabile, anzi indispensabile. Una sensazione del tutto paragonabile coglie chiunque si metta alla prova su due ruote, per scalare lo Zoncolan o anche solo arrampicarsi sulla collinetta dietro casa. Il basco Iker Flores, ultimo al Tour del 2005 e fratello di Igor (a sua volta ultimo nell’edizione 2002), sintetizza il concetto così: “Ogni anno pensi che non lo vorrai fare mai più, ma poi, quando l’anno dopo ti dicono che stanno pensando a te per il Tour, non vedi l’ora di andarci di nuovo”.

Il rapporto amore/odio che ogni ciclista coltiva con il dolore, poi, non è mai fine a se stesso. Il desiderio – meglio, la necessità – di “arrivare per il gusto di arrivare” ha una direzione specifica, un significato individuale che, proprio nelle vicende degli sconfitti, sembra raggiungere una sintonia totale con il pubblico sulle strade e davanti alla tv. Perché il senso che muove gli ultimi verso il traguardo difetta della tensione eterea dei grandi campioni e del senso di missione da compiere dei predestinati; è impastato invece di necessità materiali da soddisfare, di piccoli traguardi quotidiani da raggiungere, di sfortuna da combattere.

Nel seguito di questo pezzo saranno descritte diverse categorie di ultimi: attraverso le loro imprese al contrario, proveremo a intuire il senso finale di un apparentemente incomprensibile esercizio di sofferenza fisica e mentale, in un lungo viaggio verso il cuore dello sport a due ruote.

 

Il primo e l’ultimo se li ricordano tutti; il secondo e il penultimo se li ricordano solo loro, anche se forse vorrebbero dimenticarselo; dal terzo al terzultimo non se li ricorda nessuno. Per questo ho lottato per arrivare ultimo.
(Oscar Gatto, maglia nera al Giro 2007)

 

 

Ultimi per necessità

Luigi Malabrocca, che forava di proposito, non era un ciclista scarso. Da ragazzo si era guadagnato la sua prima bicicletta da corsa in cambio dell’iscrizione all’istituto artigianale di meccanica, per far felice papà. Vinse delle corse, ma si rese conto presto che non sarebbe diventato un campione. Una sera, durante una partita a biliardo, Fausto Coppi gli disse: “A 35 all’ora arrivi in capo al mondo, a 45 però addio, per te c’è il semaforo rosso”.

Il Luisìn, messa da parte ogni velleità individuale, si ritrovò nella condizione di doversi inventare qualcosa di diverso ad ogni corsa: un traguardo volante, una fuga, un po’ di lavoro da gregario. Per portare a casa un tozzo di pane: “Non si correva per soldi, ma per fame. Se vincevi qualche traguardo, tornavi a casa in treno, se no in bicicletta.”

Durante le corse, nelle osterie sul percorso si vedevano scene da Far West: alcuni baristi tiravano giù le saracinesche, altri invece non negavano ristoro ai ciclisti, nella speranza – assolutamente vana – che qualcuno passasse prima o poi a saldare il conto. La maglia nera fu, per Luigi Malabrocca, un geniale espediente, un’invenzione che gli valse l’affetto popolare e la sopravvivenza familiare. Gli speaker del popolare programma radiofonico Giringiro non persero mai l’occasione di premiare la sua gloria alla rovescia: “Ed ecco l’irriducibile, mai domo, Malabrocca!”.

Una volta smesso con il professionismo su strada, il Luisìn si riscoprì vincente, e fu due volte campione italiano di ciclocross. Nell’immaginario collettivo, tuttavia, sarebbe sempre rimasto il più simpatico burlone mai apparso in gruppo: nel 2004 la Gazzetta dello Sport lo ha inserito tra i Miti del Giro, perché “stimolò nel dopoguerra la fantasia dei corridori e della gente”.

 

 

Gli ultimi ultimi 

Dal 1952 la maglia nera non fu più assegnata. Secondo gli organizzatori della corsa rosa, l’attenzione dedicata al fondo della classifica stava cominciando a stridere con uno dei principi fondamentali dello sport, perché si compete per vincere, mica per perdere. L’ultimo ‘vincitore’ fu Giovanni Pinarello, che con quei ricavi poté avviare la sua azienda di biciclette, e non fu esattamente una pessima idea. L’albo d’oro della maglia nera continua tuttavia ad allungarsi ufficiosamente ogni anno, ed è un serbatoio inesauribile di umanità varia e coloratissima.

Pochi mesi fa, al Giro, il cinese Ji Cheng ha sfiorato un triplete memorabile. Già ultimo alla Vuelta nel 2012 e al Tour nel 2014, stavolta ha concluso ‘solo’ 156° su 163, lui che si è conquistato l’affetto dei compagni di squadra (e il soprannome di “ammazza-fughe”) grazie alle sue trenate in testa al gruppo. Cheng è stato nettamente battuto da un trevigiano che potrebbe diventare un fuoriclasse della specialità.

Marco Coledan, velocista di 90 chili, è un ottimo pistard, ma nei grandi giri tende a rendere decisamente meno. Complice un malanno, al Giro 2015 si è ritrovato ultimo fin da subito. Sulla salita verso Sestriere, l’ultima dell’edizione, Coledan si è accorto che Roger Kluge, il penultimo della generale, non era più nel gruppetto. Il tedesco – non sapremo mai se per un problema tecnico o per scelta strategica – si era attardato e, solo soletto, rischiava di soffiargli la maglia nera. Coledan allora si è fermato a cento metri dal termine e ha atteso che l’avversario giungesse, per poi affiancarlo e tagliare insieme a lui il traguardo. Ultimo e penultimo, 53 minuti dopo l’arrivo di Fabio Aru.

“Non mi andava di vanificare tre settimane di sacrifici”, ha chiosato Coledan, che si è guadagnato una cassa di vino (messa in palio da Marzio Bruseghin) e una multa di 500 franchi per comportamento antisportivo.


Marco Coledan, appoggiato alle transenne, attende che Roger Kluge lo raggiunga prima del traguardo di Sestriere, per accertarsi della conquista definitiva della maglia nera.

 

Ultimi per gioventù

L’elenco delle maglie nere è zeppo di corridori esordienti, perché si può arrivare ultimi per tante ragioni, ma una delle più frequenti è la mancanza di esperienza. Nel 2014 il più lento della carovana rosa è stato l’olandese Jetse Bol, ventiquattro anni. Il Giro era la sua prima grande corsa a tappe, e lui è caduto rovinosamente in una delle prime tappe.

“Questo ultimo posto è quasi una vittoria, mi sarebbe piaciuto che fosse contraddistinto dalla maglia nera, come ai tempi di quei due”. Quei due sono Carollo e Malabrocca, ovviamente. La loro storia, a Jetse, giel’ha raccontata un compagno di squadra, il connazionale Jos Van Emden, a sua volta ultimo al Giro del 2011. L’orgoglio della maglia nera si tramanda, romanzo popolare di briganti, gentiluomini e principesse.

Van Emden non aveva più corso il Giro, dopo quell’ultimo posto. L’anno scorso è tornato, onorando a modo suo la corsa che l’aveva eternato come last man. Durante la cronoscalata del monte Grappa, si è fermato e si è avvicinato a Kimberley, la sua fidanzata, che era tra il pubblico. Con un mazzo di fiori, le ha chiesto di sposarlo. Sì, lo voglio. Rimessosi in sella, sorriso stampato in faccia, è giunto al traguardo centoventesimo.

Qualche anno prima, nel 2006, la maglia nera era stata appannaggio di Carl Naibo, francese di Villeneuve-sur-Lot e personaggio pirotecnico. Esordiente di belle speranze, si iscrive al Giro con il numero 17, che può non essere di grande auspicio già di per sé, ma a maggior ragione se si corre per una squadra sponsorizzata da una compagnia di assicurazioni (la AG2R).

Pronti via e Carl, figlio di un produttore di prugne secche, avverte un mal di pancia insopportabile. A Seraing, il giorno della partenza, si presenta con un pannolone sotto il soprassella. Rimane a digiuno per due giorni, stringe denti e natiche e riesce a rimanere dentro il tempo massimo per qualche secondo. Per uno che era partito con l’obiettivo di lottare per la maglia di miglior scalatore, è un calvario. Ma Naibo arriva fino a Milano. Ultimo, ultimissimo.

La sua esperienza da ciclista professionista è durata solo quattro stagioni, in definitiva. Oggi Carl ha 32 anni, alleva anatre e produce foie gras di alta qualità. Sostiene che la tenacia e la voglia di migliorarsi le abbia imparate negli anni in cui soffriva in fondo al gruppo.


Carl Naibo e la sua specialità: canards gras.


 

Ultimi per il gusto

Per Naibo, e per tutti i francesi, la maglia nera ha un altro nome, non meno evocativo. Al Tour, l’ultimo in classifica si chiama lanterne rouge. La lampada rossa è la luce che, sul retro dell’ultimo vagone, segnala la fine di un convoglio. E il Tour de France, la corsa a tappe più antica del mondo, ha a sua volta fatto i conti con il fascino dello sconfitto.

Per evitare che la battaglia in fondo al gruppo oscurasse quella per la maglia gialla, nel 1939 fu introdotta una regola sanguinosa, che fortunatamente restò in vigore solo per una manciata di edizioni della corsa: al termine di ogni tappa, l’ultimo in classifica generale sarebbe stato eliminato dalla corsa.

L’amore padronale dei francesi per la loro creatura non ha però impedito ad alcuni ribelli a pedali di entrare nella sua leggenda. Difficile dire quale fosse il senso ultimo della sofferenza di Abdel-Kader Zaaf, lanterna rossa nel 1951. Algerino negli anni dell’occupazione francese, si potrebbe dire che avesse scelto di correre per mettere deliberatamente in pericolo la noiosa perfezione del Tour.

La tredicesima tappa dell’edizione 1950 lo rese mito. Zaaf era in fuga con quasi venti minuti di vantaggio sul gruppo, insieme a Molinès, un altro algerino. A 30 km dall’arrivo, Zaaf cominciò a rallentare: era disidratato, quel giorno il caldo era insopportabile. Prese una bottiglia da uno spettatore e se la scolò. Un unico, lungo sorso. Ahilui, quella bottiglia non era piena d’acqua, ma di Corbières, un vino bianco locale.

L’effetto catastrofico della bevuta fu amplificato dal fatto che il ciclista fosse musulmano praticante e quindi poco avvezzo all’alcol. Disorientato, Zaaf cadde, si rimise in sella, cadde di nuovo. Alcuni tifosi lo fecero sdraiare sotto un albero, e lui si addormentò. Due ore dopo si svegliò e montò in bici all’inseguimento disperato del gruppo. Ormai solissimo e senza riferimenti, sbagliò direzione e pedalò verso la sede di partenza della tappa.

In una versione successiva del racconto, alcuni dettagli furono rivisti, ma la sostanza non mutò. L’algerino allora stette al gioco e apparve nella pubblicità di un famoso vino francese: “Tutti vogliono bere un bicchiere con me”. L’ultimo posto al Tour dell’anno successivo contribuì ad accrescere esponenzialmente la sua popolarità. Nei bar dei paesini vicino Nimes, per diverso tempo, ordinando uno Zaaf si otteneva un calice di buon vino.


A sinistra, la celeberrima siesta di Abdel-Kader Zaaf; a destra, l’algerino nei panni di testimonial di un vino francese.

 

Ultimi da primato

Parigi, primi anni ’50. Alcuni ragazzini, in piedi, guardano nella stessa direzione. La strada è vuota e Samuel Beckett, incuriosito, chiede loro cosa stiano facendo. “On attend Godeau”. Aspettavano un certo Godeau, probabilmente il ciclista più lento della gara di biciclette in corso. L’aneddoto, secondo alcuni appassionati, contiene una parte di verità sulla nascita di Godot, il personaggio più noto e discusso dello scrittore irlandese. Altri ritengono sia solo una leggenda tanto bella quanto falsa.

Quello che non è mai in discussione, comunque, è il sentimento di umana solidarietà nei confronti dell’ultimo. La fede nel fatto che prima o poi quell’uomo generoso passerà. L’uomo generoso del ciclismo è, per definizione, il gregario.

Wim Vansevenant, belga, è stato uno dei migliori gregari di sempre. Per quattordici anni ha scortato capitani come Peter Van Petegem e Cadel Evans. L’australiano, in occasione del ritiro del suo fedele scudiero, ha dichiarato “Mi mancherà molto. Uno come Wim lo vorresti sempre con te.”

Wim aveva provato, all’inizio, a mettersi in proprio. Era il classico corridore completo: un po’ scalatore, un po’ velocista, un po’ cronoman. Non eccelleva in nessuna specialità, però. Decise allora di sacrificare la sua ambizione sull’altare dell’altruismo. Piuttosto che provare a vincere, avrebbe aiutato altri a vincere, e lo avrebbe fatto mettendoci tutto il suo fiato e tutte le sue gambe. È arrivato ultimo al Tour per tre anni consecutivi, dal 2006 al 2008: un record assoluto e difficilmente migliorabile.

Consigli per perdere con classe, Wim? “Intanto lavorare sodo per la squadra, altrimenti non ti vuole nessuno. Il segreto, poi, è perdere tempo nelle tappe in pianura. In salita sono tutti bravi a staccarsi”.


“La lanterna rossa non la scegli. E’ lei che sceglie te”. 

 

Ultimi in fuga

Gli dei delle biciclette, tuttavia, qualche volta premiano le loro creature più combattive con ricompense leggermente più volgari dell’amore popolare: le vittorie. Un pomeriggio, verso la fine del Tour del 1969, Pierre Matignon, ultimo in classifica, fu immortalato con una lanterna rossa di carta: foto di rito, ad uso e consumo di giornali e pubblicità. Il giorno dopo lui, la lanterna rossa, riuscì a battere Eddy Merckx nella tappa più attesa.

Alzò le braccia al cielo sul Puy de Dôme, vulcano del Massiccio Centrale e temutissima vetta del Tour, dopo una lunga fuga. Il Cannibale, come quasi mai gli accadeva, quel giorno aveva sbagliato i conti. All’arrivo, schiumando rabbia, dichiarò: “Il Puy de Dôme? Meno difficile di quel che pensassi.” Matignon, dal canto suo, dovette cedere la lanterna: “Non ho mai sofferto così tanto; nell’ultimo chilometro non vedevo più nulla; non so dire dove ho trovato la forza”.

Inserirsi un giorno sì e l’altro pure in una fuga probabilmente infruttuosa spesso è viatico verso l’ultimo posto. Jacky Durand, negli anni ’90, ha fatto innamorare il pubblico francese (e gli sponsor stampati sulla sua maglia, destinati a ore di visibilità televisiva) con la realizzazione pratica dell’utopia di Icaro. Risultato: tre vittorie di tappa al Tour, un Giro delle Fiandre, un’altra manciata di corse. Perché, come dice lui, nel ciclismo esiste un elemento perturbatore che dà speranza agli uomini di buona volontà, proteggendone le ali di cera.

Jacky ha conquistato la lanterna rossa nel 1999, nel Tour che avrebbe dovuto consacrarlo, dopo essere caduto in una delle prime tappe e dopo che un’ammiraglia gli era passata su una gamba, mentre giaceva infortunato. Da ultimo in classifica riuscì comunque, al termine della corsa, a salire sul podio di Parigi accanto a Lance Armstrong. Fu premiato come corridore più combattivo: non solo non aveva abbandonato la corsa, ma era pure riuscito a infilarsi in diversi tentativi da lontano. Perché, sempre come dice lui, “devi trattare il dolore col dolore. Se ti fa male tutto, l’unico modo per non pensarci è farti male un po’ di più. Attaccando”.

 

I corridori ritardatari, anime dannate che Dante si dimenticò di cantare.
(Vasco Pratolini)

 

Roland Barthes una volta ha parlato del ciclismo come via di mezzo tra pura etica del sacrificio e dura legge del successo. Non c’è luogo migliore dell’arriere du peloton per ritrovare le parole del saggio.

“Quando il tempo tiranno, il cibo cattivo, i campioni stizzosi e i manipolatori dei media ti sembrano troppo opprimenti, è bene che tu faccia un giro nelle retrovie della corsa, per tornare alle origini. Sulla salita finale al termine di un tappone di montagna, cerca l’ultimo uomo in gruppo: vedrai l’essenza del ciclismo stampata sul volto di quel corridore”, ha scritto recentemente Jeremy Whittle, decano del giornalismo sportivo britannico.

Gli anni neri del ciclismo non hanno risparmiato, però, nemmeno questa sorta di territorio sacro, violato dal folle obiettivo di faticare oltre ogni limite; di soffrire non meno, ma meglio. Philippe Gaumont, dotato passistone francese, si classificò ultimo al Tour del 1997 perché letteralmente bloccato dall’ormone della crescita, che aveva assunto in dosi eccessive prima della competizione. Prigioniero del doping sarebbe stato il titolo del suo libro-confessione del 2005. In seguito ad un attacco cardiaco, Gaumont è morto il 13 maggio 2013.


Il camion-balai, storico mezzo che chiude la carovana del Tour e accoglie i corridori ritirati nel corso della tappa.

 

Ultimi per sempre

Malabrocca sapeva che non sarebbe stato semplice arrivare ultimo al Giro del 1949. A differenza delle edizioni ’46 e ’47, stavolta aveva un temibile rivale. Sante Carollo, manovale vicentino schierato dalla Wilier all’ultimo momento in sostituzione di Fiorenzo Magni, era un fenomeno al contrario: Sempre in difficoltà, perennemente attardato. Inizialmente si vergognava come un ladro del suo exploit, poi però si rese conto che la maglia nera gli avrebbe fatto intascare almeno duecentomila lire, e decise di mettersi al polso due orologi: uno per il tempo di gara, l’altro per gestire il vantaggio sul rivale. Malabrocca doveva inventarsi qualcosa.

Nella tappa di Genova, a due chilometri dall’arrivo, Carollo era – come sempre – ultimo. Il Mala allora si nascose sotto un ponte, seguito da un manipolo di ragazzini divertiti. “Giù la testa e immobili, il primo che sgarra è un uomo morto, capito?”. A un certo punto, si udì un applauso: Carollo era passato. “Adesso fuori, siete liberi, tornate a casa e dite di essere stati prigionieri del terribile Malabrocca”. Luisìn tagliò il traguardo mentre Carollo firmava il foglio d’arrivo, convinto che il rivale fosse già da un po’ sotto la doccia. Ma il Mala apparve alle sue spalle, sussurrandogli nell’orecchio: “Lascia un po’ di spazio anche per la mia firma, campione”.

Ma non bastava. Il ‘vantaggio’ del vicentino era ancora consistente. I tifosi di Malabrocca presero a spedire lettere a Carollo, cercando di convincerlo ad aumentare l’andatura: gli offrivano persino notti romantiche con provocanti biondone, purché lui mollasse la maglia nera. Ma niente.

Malabrocca, allora, si giocò l’ultima carta nella tappa conclusiva del Giro: con uno schema ormai collaudato, si attardò e si fece staccare nettamente da tutti. Quando tagliò il traguardo di Milano, però, l’amara sorpresa: stavolta i cronometristi, spazientiti, avevano lasciato le loro postazioni e avevano assegnato a Malabrocca lo stesso tempo del gruppo. Sante Carollo aveva vinto la maglia nera; Luisìn quel giorno decise che non avrebbe mai più lottato per conquistarla.

Lo scrittore Benito Mazzi, pochi anni fa, ha chiacchierato a lungo con l’ormai anziano Malabrocca. Si è fatto raccontare i dettagli di una vita avventurosa, che è diventata un libro di successo. Gli ha chiesto anche se avesse un desiderio particolare. “Sì, incontrare ancora una volta Sante Carollo, col quale ho diviso sofferenze, speranze, rabbie e giorni belli. Chissà dov’è finito…mi è mancato in tutti questi anni, vecchio, caro testone. Forse s’è nascosto, come faceva allora”. Pochi giorni prima dello storico incontro, Sante Carollo moriva, dopo una vita silenziosa, lontana dal ciclismo (ma non dalla bicicletta) e consacrata a famiglia e amici. Al telefono, mentre veniva informato della notizia, il vecchio Mala piangeva a dirotto.

 

Dovete sapere che il ciclismo è uno sport per perdenti. Ad ogni gara si parte in 200, ma è uno solo a vincere. Per cui, in percentuale, la possibilità di vincere è bassissima. Eppure ogni giorno il ciclista sale sulla bici e vuole vincere, cerca di vincere.
(Andrea Tonti)

 

Quel 32° Giro d’Italia lo vinse Fausto Coppi, primo nella storia a conquistare Giro e Tour nello stesso anno; Gino Bartali si arrendeva, finalmente, allo strapotere del giovane rivale; Totò voleva sposare Miss Italia e vendette l’anima al diavolo pur di accontentarla vincendo la corsa rosa; Dino Buzzati, inviato speciale del Corriere della Sera, definiva il Giro d’Italia una delle ultime città della fantasia, un caposaldo del romanticismo.

Il commento dello scrittore bellunese all’ultima tappa fu un’ode ai ciclisti, che “sono dei pazzi, perché potrebbero fare la stessa strada senza fatica e invece faticano da bestie, potrebbero andare adagio e invece sfacchinano per correre presto, potrebbero quasi tutti guadagnare gli stessi soldi senza soffrire e invece preferiscono il supplizio”.

Lungo le strade dalla Bordeaux-Parigi nel 1891 (una delle prime corse in bicicletta di sempre), gli abitanti dei paesini attraversati avevano preparato banchetti e giacigli, sicuri che i corridori avrebbero impiegato diversi giorni per coprire quei 560 km. In realtà, i primi ci misero solo 26 ore. Gli ultimi, non è dato saperlo.

Gli ultimi sono i più pazzi di tutti. Ambasciatori della fatica, sono pellegrini in cammino verso una città lontanissima che non raggiungeranno mai. Oggi come ieri, sono avventurieri innamorati delle due ruote, poeti ispirati dalla bellezza scarna di una bici, artigiani infaticabili dell’arte di perdere. Forse, più correttamente, dell’arte di non-vincere.

Proprio congedandosi dal Giro di Carollo e Malabrocca, Buzzati dedicava alla bicicletta, insostituibile strumento di resistenza, questo manifesto senza tempo:

Noi viaggeremo per lo più in treno-razzo, allora, la forza atomica ci risparmierà le minime fatiche, saremo potentissimi e civili. Tu non badarci, bicicletta. Vola, tu, con le tue piccole energie, per monti e valli, suda, fatica e soffri. Dalla sperduta baita scenderà ancora il taglialegna a gridarti evviva, i pescatori saliranno dalla spiaggia, i contabili abbandoneranno i libri mastri, il fabbro lascerà spegnere il fuoco per venire a farti festa, i sognatori, le creature umili e buone ancora si assieperanno ai bordi delle strade, dimenticando per merito tuo miserie e stenti. E le ragazze ti copriran di fiori.

 

(In questa imperdibile intervista Luigi Malabrocca, ritiratosi dall’agonismo e convertitosi in pescatore a tempo pieno, ricorda con piglio da grande narratore i tempi della sfida con Sante Carollo: “Al Giro d’Italia ho cominciato a fare l’ultimo e… ho sempre fatto l’ultimo”.)

 

Riferimenti bibliografici:

– Buzzati, Dino. Dino Buzzati al Giro d’Italia. EdizioniMondadori, 2014.
– Leonard, MaxLanterne Rouge: The Last Man in the Tour de France. Yellow Jersey, 2014.
– Mazzi, Benito. Coppi, Bartali, Carollo e Malabrocca: le avventure della maglia nera. Ediciclo Editore, 2005.
– Pastonesi, MarcoVai che sei solo: storie di gregari e non solo. Libreria dello sport, 1996.

 

Illustrazione di Daniele Cavalieri.

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta su Crampi Sportivi.

 

 

 

 

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