Hemingway, il ciclismo, l'Italia - 2/3

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    Ha avuto il trauma infantile della Grenoble-les Deux Alpes

Seconda parte: Il cranio di Garay

 

Tutte le opere di Hemingway si basano, per sua stessa ammissione, sul capovolgimento totale della figura eroica. I protagonisti delle opere di Hemingway non sono personaggi invincibili, ma uomini che si confrontano continuamente con la realtà che li circonda, con la quale instaurano un rapporto conflittuale il cui epilogo si traduce spesso nell'impotenza. Hemingway li ha definiti “antieroi”. Come Henry, il protagonista di Fiesta: “Henry è un antieroe. Però, se ci pensi, così è la vita”.

Chi meglio dei ciclisti affronta la realtà attraverso fatiche risultanti quasi sempre in un pugno di mosche?

Come ha sottolineato Auerbach in un saggio*, gran parte degli autori occidentali sono influenzati dal tentativo biblico di dare carattere universale ad esperienze singolari. Dopotutto è questo il fine ultimo di uno scrittore: dare risonanza mitica ad una singola esperienza per ricavarne qualcosa, in qualche misura, di più universale.

Il ciclismo, spesso, altro non è che un microcosmo contratto nello spazio e nel tempo come muscoli allo stremo delle forze, e dilatato nella dimensione eroica come polmoni capienti di fronte ad un paesaggio dolomitico. È una ripetizione rituale di eventi e gesti, di caldo e di freddo, di sudore e di pioggia; è attesa, interrotta da azioni frenetiche e concitate; è tattiche intricate come quelle che si usano per pescare i marlin nell’Atlantico.

A volte è anche crudeltà, tragedia, sangue e morte, come in una corrida de toros.  Un'esperienza autentica, reale, viva e crudele, oggetto che rispetta con estrema coerenza gli intenti autoriali di Hemingway. È la più facile rappresentazione del macrocosmo che è la vita. Hemingway avrebbe potuto scriverne un romanzo interno, ma non lo ha fatto. Altro non resta che rassegnarci: un romanzo sul ciclismo scritto da Hemingway è un capolavoro che non leggeremo mai. 

Il rammarico aumenta quando si apprende che il ciclismo faceva consistentemente parte della vita di Hemingway. Non ci ha scritto un romanzo, ma molti suoi racconti ne parlano, direttamente o indirettamente. Non solo. Nelle opere di scrittori e amici di quella "generazione perduta" che animava la Parigi degli anni '20 ci sono riscontri evidenti della passione viscerale e poco nota di Hemingway per la bicicletta.

In Tempi migliori, John Dos Passos scrive:

Io non sapevo neppure andare in bicicletta. Hem andava matto per le corse in bicicletta. S’infilava in un maglione a righe come quello dei corridori del Tour de France e pedalava lungo tutti i boulevards esterni con le ginocchia all’altezza delle orecchie e il mento fra i manubri. Io trovavo tutto ciò un po’ sciocco, ma a quel tempo Hem aveva il gusto di certe bambinate.

 



 E ancora: 

Aveva una sfumatura di spirito, evangelica, che lo spingeva a cercar di convertire i suoi amici a tutte le sue varie manie. Seguirlo alle Sei Giorni è stato per me un divertimento. [...] Facevamo la spesa in botteghine e spacci di una di quelle stradette dove ci sono i mercati che piacevano tanto a tutti e due: vino, formaggio, pagnottelle croccanti, pâté e qualche volta pollo freddo; ci sedevamo in galleria; Hem conosceva tutti i dati tecnici, e vita morte miracoli dei corridori. [...] capitò anche che mi imponesse freddamente di non scrivere mai niente sulle corse di bicicletta; questa era zona sua.

 

Michel Reynolds, in Homecoming, riporta qualcosa di simile:

Ernest ammirava davvero i ciclisti di ogni sorta di corsa. […] Con tutto il suo entusiasmo, Ernest avrebbe voluto essere un ciclista; li ha studiati con intensità e qualche volta li imitò nei loro vestiti.

 

Il riferimento più diretto a questa passione è però in Festa Mobile, una raccolta postuma che racconta la vita a Parigi negli anni Venti. Nel sesto capitolo, intitolato "Fine di una passione", Hemingway racconta di quando smise di seguire le corse di cavalli, sulle quali scommetteva grosse somme di denaro, e andò a cena con un suo amico, tale Mike Ward, appassionato di Sei giorni ciclistiche.

Decisero di andare a trascorrere una giornata al velodromo, mentre pranzavano in Square Louvois. Hemingway spiega chiaramente il perché non ha abbia scritto un racconto sulle corse in bicicletta. Proprio in virtù del realismo di cui voleva farsi portatore, ammette umilmente che non sarebbe stato in grado di riprodurre un racconto bello quanto le corse stesse. Il ciclismo era troppo anche per lui. 



Fu il giorno trascorso al Vélodrome d'Hiver a segnare l'inizio di un nuovo capitolo della vita di Hemingway a Parigi e della passione sportiva che l’avrebbe accompagnato per tutta la vita:

Cominciai molti racconti sulle corse in bicicletta ma non ne scrissi mai uno bello come le corse sulle piste all'aperto o al chiuso e per strada. Tutto questo e le Sei giorni dovevano ancora venire. Ma dirò del Vélodrome d'Hiver con la sua fumosa luce del pomeriggio e la pista di legno con la forte pendenza sulle curve e il suono frusciante che le gomme facevano sul legno quando passavano i corridori, lo sforzo e le tattiche quando i corridori si arrampicavano e si lanciavano, ciascuno un tutto con la sua bici, dirò della magia del demi-fond, del rumore dei motori con i rulli sulla ruota posteriore che gli entraineurs guidavano, indossando i loro pesanti caschi protettivi e inclinandosi all'indietro nelle ingombranti tute di cuoio, per riparare i corridori che li seguivano dalla resistenza dell'aria, i corridori con i loro caschi più leggeri chini sui manubri, le gambe a girare l'enorme moltiplica e le piccole ruote anteriori a sfiorare il rullo dietro la macchina che gli forniva un riparo contro la resistenza dell'aria dentro il quale pedalare, e i duelli che erano più eccitanti di qualsiasi corsa di cavalli, lo scoppiettare delle motociclette e i corridori gomito a gomito e ruota a ruota su e giù intorno a velocità pazza finchè qualcuno non riusciva più a reggere il ritmo e si staccava e il compatto muro d'aria contro il quale era stato riparato lo colpiva. […]

Al Parc du Prince vicino ad Auteuil, la pista più insidiosa di tutte, Pauline e io vedemmo cadere il grande Ganay e sentimmo il suo cranio fracassarsi sotto il casco, spaccato come rompi un uovo sodo contro un sasso per sgusciarlo durante un picnic. Devo scrivere lo strano mondo delle Sei giorni e le meraviglie delle corse su strada in montagna. Il francese è l'unica lingua in cui se ne sia mai scritto adeguatamente, e i termini sono tutti francesi ed è questo che rende così difficile scriverne.



La prima parte (C'era quella strada) è disponibile qui.

La terza e ultima parte è invece quiBartolomeo Aymo

 

*Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Torino, Einaudi, 1956.

 

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