[TdF2021] Del rumore a Landerneau

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

In uno dei fotogrammi simbolo della prima tappa del Tour de France 2021, Julian Alaphilippe sembra un passante curioso, o un soccorritore. Fermo, tra i pochi sulla scena ancora in equilibrio, ha intorno a sé grovigli inestricabili di uomini e biciclette. Ne osserva uno alla sua destra, forse cerca volti conosciuti.

L’opzione del soccorritore è supportata dal fatto che vesta di bianco, sebbene sulla sua tunica campeggi non una croce rossa ma un’iride circolare. Questa ipotesi presuppone che egli sia arrivato dopo, a fatto compiuto, cioè che sia, come si usa dire, uno dei primi sopraggiunti sul luogo del delitto (il delitto essendo l’irrefrenabile desiderio di visibilità di una spettatrice allungatasi col suo cartello sulla traiettoria di Tony Martin, motore primo dello strike), invece Alaphilippe non è arrivato da nessun altro luogo: è sempre stato lì, nella prima parte del gruppo, in mezzo a colleghi che un attimo fa gli pedalavano accanto e che adesso formano il grumo indistinguibile di metallo e fibra umana, soltanto che lui, a differenza della maggior parte degli altri è rimasto in piedi.

La sorte – qualcuno magari esagerando potrebbe chiamare in causa gli dei del Tour – ha voluto risparmiargli il ruvido abbraccio dell’asfalto, non l’unico di questa giornata inaugurale. Strana l’accoglienza riservata dalla Bretagna al Tour de France, omaggiato da un pubblico festoso come non si vedeva tempo, che ha provocato più di un momento di esaltazione in Ide Schelling (il fuggitivo più tenace di giornata, prima maglia a pois di questa edizione) ma pure un inconveniente bello grosso, anzi brutto e grosso, il già citato groviglio originato in qualche misura proprio dal pubblico, o sarebbe meglio dire da un assunto che avevamo forse iniziato a rimuovere e che invece continua a esser vero, e cioè che quando si riuniscono molti esseri umani aumentano le probabilità che qualcuno si faccia venire idee, diciamo così, poco brillanti.
 
Fatto sta che in tutto questo Julian Alaphilippe non è caduto. Quanto la circostanza di non essere caduto abbia influito sull’esito della gara, sul suo togliersi di ruota presto e definitivamente Van der Poel e tutti gli altri, questo è complesso da stabilire. L’impressione, assai evidente, è che oggi in cima alla Côte de la Fosse aux Loups (dove i lupi un tempo ci sono stati per davvero, non sono un riferimento all’animale guida della Deceuninck), oggi, dicevamo, Julian Alaphilippe avrebbe vinto a prescindere.

Troppo netta la sua superiorità, troppo sacro il fuoco che lo pervade in situazioni del genere, quando si mette in testa di portare a termine un progetto che fondamentalmente è sempre lo stesso e che pure riesce a far apparire ogni volta come nuovo. 

Alaphilippe ha un costante bisogno di novità. Ha dichiarato in una recente intervista che il piacere più intimo del suo mestiere deriva dall’immaginarsi il futuro. Dalle mattine, ha specificato, in cui esce in bici da solo e lungo il tragitto si dà a mettere in ordine gli obiettivi che verranno, ripensando a quelli già raggiunti.

In un certo senso, è come se Alaphilippe privilegiasse le due dimensioni temporali più distanti da sé, riservando invece un ruolo marginale a quella più tangibile, il presente. Nel presente, Alaphilippe preferisce osservare. Osserva chi e cosa ha intorno – come in quel fotogramma – ma prima di tutto osserva se stesso, incuriosito com’è dal capire, vittoria dopo vittoria, fin dove lo condurrà il suo stile, il suo motto, questo mantra ripetuto con straordinaria frequenza di “dare sempre tutto, dare sempre il massimo”.
 
Ha dedicato vittoria e maglia gialla a moglie e figlio appena nato, Nino, un giorno forse gli insegnerà a non avere paura, intanto ha già un nuovo leoncino di peluche per lui. La rinuncia ai giochi olimpici è il segno che Alaphilippe quest’anno farà convergere tutto quel suo massimo sul Tour, un Tour con la maglia di campione del mondo addosso.

 

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