[Fiandre 2021] Dar fiducia alle gambe

Mathieu van der Poel ha lo sguardo perso. Cerca di mettere a fuoco un angolo della piazza di Oudenaarde, un dettaglio della capigliatura o dell'abbigliamento degli intervistatori. Non ci riesce. L'atmosfera tutt'intorno è grigia, fredda come la regola per cui non si può più nemmeno regalare una borraccia. La sua mascella è rigida, pietrificata, come se si trovasse a un esame universitario senza aver studiato. Lo tradisce l'abbronzatura, quella di uno che non può aver trascorso la settimana sui libri, di chi si aspettava tutt'altro genere di domande.

Avrebbe dovuto essere il momento delle dediche, a papà Adrie, a nonno Raymond, magari al fratello David. A 13 chilometri dal traguardo, con il Paterberg davanti e il rivale Van Aert che zig-zagava dietro, Mathieu assaporava già il dolce gusto del trionfo. Lo avrebbe preferito solitario, ma andava benissimo anche la compagnia di Kasper Asgreen. Avevano convenuto di aiutarsi e arrivare in fondo insieme: per uno veloce come Van der Poel, sembrava l'estrazione del biglietto vincente. Ai meno tre chilometri, quando il vantaggio si era stabilizzato nel campo del rassicurante, Mathieu si sentiva ancora tranquillo. All'ultimo chilometro, quando Asgreen di colpo aveva smesso di dare i cambi, forse un po' si era preoccupato, ma non troppo. Si sentiva forte.

Ma a 150 metri dall'arrivo, in fondo al vialone che si infila dritto come una freccia nel centro di Oudenaarde, il suo sguardo si è perso. Guardava la bicicletta tra le gambe e la vedeva guizzare qua e là, come se l'avessero pucciata nella tinozza d'olio di un frituur fiammingo. Sperava di vincere, credeva di vincere, ma a metà strada tra convinzione e coronamento si è imbattuto in un ostacolo: le gambe. Le sue e quelle di Asgreen. Uno il favorito, il predestinato, il campione uscente. L'altro quello che fu ingaggiato – era il 2018, l’altro ieri – per sostituire i troppi infortunati della sua squadra in vista delle classiche e ritrovatosi appena un anno dopo sul podio della sua corsa preferita, la stessa di oggi, il Fiandre.

Asgreen sulla divisa ha una scritta, “Elegant”, che evidentemente non è un riferimento diretto al suo stile di pedalata (in questo caso sarebbe stato più adeguato “Efficient”, oppure “Incredibly powerful”) ma a un nuovo modello di infisso lanciato dallo sponsor della sua squadra, un telaio da finestra che “sembra fatto in alluminio ma è più resistente e isolante dell’alluminio”. Resistente è resistente, Asgreen, nulla che già non si sapesse. Un po’ meno nota – fino a questo pomeriggio – la sua straordinaria capacità di isolare, o meglio ancora di isolarsi. Di mantenere le sinapsi fresche, al riparo dalle vampate di appannamento e impazienza tipiche dei finali di gare estenuanti come il Fiandre. Come quando, da ragazzo, si cimentava nel dressage, cercando di infondere tranquillità e fiducia nel suo cavallo, in modo che si concentrasse esclusivamente sulle figure da compiere.

Isolatosi così dalle sirene dell’istinto, Asgreen è arrivato alla conclusione che oggi le sue speranze di vincere non stavano nell’anticipare le mosse degli avversari, come gli era riuscito qualche giorno fa alla E3 Harelbeke, ma nell’attendere il più possibile. «Ho deciso di dar fiducia alle mie gambe», ha detto subito dopo il traguardo, ribadendo una volta di più che una qualità di cui non difetta questo ciclismo è il coraggio, quello che Asgreen ha messo in mostra nel finale di Oudenaarde in una delle sue forme più elevate: il coraggio di credere nei propri mezzi, di lasciare l’ultima parola ai muscoli. Di compiere la scelta meno ovvia, apparentemente più rischiosa.

Insieme all’esondazione di acido lattico, forse c’era anche una spruzzata di stupore – "Toh, un altro in grado di resistermi" – nel piccolo crollo finale di Van der Poel, ritrovatosi di fronte a un'interrogazione inattesa, a una richiesta di spiegazioni che sperava di non dover dare. Dalla sua disamina di questo inizio di stagione, non ha escluso la parola “delusione”. Dolce è per gli appassionati il suono di questo sostantivo, inequivocabile messaggero di ritorni, di rivalse, di contromisure da mettere in pratica alla prossima occasione, contro avversari più forti e scaltri del previsto, agguerriti quanto basta a trasformare l’insoddisfazione dei campioni in desiderio di migliorarsi e dunque – per chi guarda – di spettacolo.

 

Testo: Filippo Cauz/Leonardo Piccione
Foto: Tornanti.cc

 

 

 

 

 

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