Se questo è un record

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

L’ultima volta che è stato inquadrato, non era ancora cominciato il Col du Tourmalet. Il braccio destro alzato, Chris Froome faceva cenno alla sua ammiraglia di avvicinarsi.

Non stava richiedendo un intervento tecnico prima dell’attacco di una delle salite-simbolo del ciclismo, non un ultimo parere sulla strategia da adottare negli ultimi chilometri di gara. Stava semplicemente adempiendo al compito principale che gli spetta dall’inizio del Tour de France 2021: portare borracce ai propri compagni di squadra.

Non è in grado, in questo momento, di fare di più. Non fanno più notizia i suoi ritardi, nessuna telecamera segue il suo precoce arrancare in coda al gruppo né, poco dopo, il suo inesorabile unirsi al plotoncino che ogni giorno lotta contro il tempo massimo.

La presenza di un vincitore di quattro Tour de France nel gruppetto dei velocisti è diventata una specie di consuetudine di questa Grande Boucle, come se fosse un fatto inevitabile e, in ultima analisi, normale. Ma non lo è, per niente. 

Il miglior piazzamento che ha ottenuto Froome in queste prime diciotto tappe è un 72° posto nella tappa con arrivo ad Andorra, una delle tre occasioni in tutto in cui sia riuscito a terminare prima della centesima posizione. In termini di classifica generale, i numeri sono ancora più impietosi, e chiamano in causa la storia del ciclismo.

Nell’ultimo Tour della loro carriera, tanto per fare un esempio, Merckx e Hinault erano arrivati rispettivamente 6° e 2°. Il peggior risultato di Indurain, Bobet e Bartali in chiusura di carriera al Tour era stato un 11° posto. Per Thys un 14°, per Contador un 9°. Alcuni, come Anquetil, non sono riusciti a concludere il loro ultimo Tour della vita; Petit-Breton addirittura si ritirò in tutte e cinque le edizioni cui prese parte dopo le sue due vittorie (1907 e 1908).

Tra coloro che hanno concluso almeno un Tour de France dopo averne vinti due o più di due, i risultati peggiori finora sono il 23° posto di Fignon nel 1992, il 31° di Leducq nel 1933 d il 37° di Thévenet nel 1981.

Chris Froome, a tre tappe dal termine di questo Tour, si trova in centotrentacinquesima posizione, a 4 ore e 7 minuti da Pogačar. Alle sue spalle ci sono soltanto altri nove corridori, tutti velocisti o compagni di squadra di velocisti (tra cui mezza Deceuninck, intenta con successo a scortare Mark Cavendish nelle tappe di montagna).

Se, come tutto lascia immaginare e come egli stesso ardentemente spera, domenica sera arriverà a Parigi, Froome avrà ottenuto un risultato a suo modo storico: nella storia del Tour de France, nessun plurivincitore della corsa è mai andato così male.

Un record negativo che andrà ad affiancarsi, senza essere celebrato, a quelli di segno opposto fatti segnare da Pogačar (unico corridore negli ultimi 86 anni in grado di vincere sei tappe al Tour prima di compiere 23 anni, primo degli ultimi 42 a vincere due tappe consecutive di montagna in maglia gialla, e chissà cos’altro) e dallo stesso Cavendish (che tra domani e domenica proverà a superare Merckx nella classifica all-time dei vincitori di tappa).

Ma adesso, che cosa ce ne facciamo noi di questo record al contrario di Froome? Potrebbe – qualcuno lo sostiene, non senza ragioni – essere derubricato a inutile umiliazione di un ex-campione a fine carriera incapace di arrendersi al tempo che passa e alle circostanze della vita.

Un po’ meno cinicamente, e con altre comprensibili motivazioni, si potrebbe dire che Froome sta semplicemente continuando a fare, come meglio gli riesce (cioè non troppo bene), un mestiere per il quale viene tuttora retribuito molto bene.

Sono, queste due, opzioni legittime, che hanno il pregio di escludere qualsivoglia contorno di romanticismo o d'epica dal ritorno di Froome al Tour dopo due anni e uno degli infortuni più orrendi che si ricordino. Eppure, mantenendo ferma l’intenzione di non scadere in superflui sentimentalismi, è difficile rimanere indifferenti di fronte al Tour 2021 di Froome: al modo in cui lo sta correndo, allo spirito di cui sta rivestendo le sue tre settimane. 

Soffre e sorride, sopravvive e si diverte. È caduto rovinosamente il primo giorno in Bretagna, e da allora l’unico conto che tiene è quello delle tappe che mancano a Parigi, tuttavia dice di sentirsi sempre meglio. Ha tempo per scherzare, guardarsi intorno, dire e fare cose che non diceva e faceva da più di dieci anni.

Ieri, scendendo dal Col du Portet per tornare al bus, si è fermato insieme a Gilbert e Juul-Jensen per soccorrere un cicloamatore scivolato in curva e finito in un fosso. Oggi, prima del Tourmalet, il consueto lavoro per Dan Martin e Michael Woods, riferimenti della Israel per la vittoria di tappa – il primo – e la classifica della maglia a pois – il secondo.

Obiettivi destinati a sfumare entrambi, in quanto obiettivi anche del vieppiù insaziabile Pogačar, di nuovo e più nettamente di ieri il migliore del solito trio. Vingegaard è arrivato ancora 2°, Carapaz ancora 3°, in un ordine che con tutta probabilità verrà riproposto domenica sera sugli Champs-Élysées, dal momento che Urán è andato in crisi nera e O’Connor, il nuovo 4° della generale, naviga a quasi tre minuti da Carapaz.  

Froome a Luz Ardiden è arrivato 129°. Gli sembra di essere tornato un neoprofessionista, spiega. Un esordiente di 36 anni che è convinto di poter arrivare – tornare – al livello dei migliori. Di più: di vincere il suo quinto Tour de France.

Se c’è una cosa che ci hanno suggerito gli ultimi mesi di ciclismo, e questo Tour nello specifico, è che non ci sono grandi margini per il sogno impossibile di Froome. È cambiato il ciclismo, sono cambiati i suoi avversari. L’ultima volta che ha vinto una corsa, il memorabile giorno del Finestre al Giro d’Italia 2018, Pogačar era ancora un dilettante.

Ma a tutto questo Froome non pensa più di tanto. Se insiste in quello che fa, senza alcun timore di andar piano, di macchiare – come qualcuno ha detto – il suo palmares, è perché tanti anni di ciclismo gli hanno rivelato il tratto più irrinunciabile della sua indole, e questo è la tenacia.

«Le difficoltà degli ultimi tempi hanno testato le mie motivazioni», ha detto pochi giorni fa. «Mi hanno fatto chiedere se questo sport mi piacesse ancora così tanto. E la risposta è sì: amo ancora follemente il ciclismo».

A un passo dalla fine di un Tour che non avrebbe dovuto correre, non dobbiamo per forza commuoverci per Froome. Non siamo tenuti a cambiare la nostra idea sul suo passato, e nemmeno sui dubbi che può averci fatto sorgere.

Tuttavia, in nome dell'antica fascinazione per i vecchi e gli ostinati, e del rispetto che si deve a chi continua nonostante tutto a fare quel che più ama, possiamo o forse dobbiamo aggiungere i gioiosi patimenti di Froome al novero delle storie più notevoli e, numeri alla mano, stra-ordinarie di queste tre settimane. 

 

Testo: Leonardo Piccione
Foto in copertina: noA Toledo Arnon

 

 

 

 

 

 

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