[TdF 2020] Le fiere sono al loro posto

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Si diceva che le rime colassero dalle labbra di Jean Sarrazin come miele da un alveare. Lui dal canto suo ripeteva che la Poesia l’aveva sorpreso quando era un semplice pastore di Prapic, ai confini della valle di Orcières, e, nonostante il sentimento del bello fosse cresciuto in lui al punto da trasformarlo in un uomo di lettere, non era raro incontrare il poeta con un libro di versi in una mano e un cesto di olive nell’altra – olive che commerciava, ma che il più delle volte donava ai suoi interlocutori. Se la fama di Jean Sarrazin, “il poeta delle olive”, si estese oltre i confini delle Alpi raggiungendo l’Inghilterra e addirittura l’America, questo lo si deve tuttavia non a una raccolta di poesie ma alla prova di coraggio cui si sottopose alla fine dell’estate del 1880, quando, spinto dal sensazionalistico entusiasmo della stampa locale, accettò di entrare nella gabbia dei leoni della celebre Ménagerie Pezon di Lione e di declamare un sonetto alla presenza delle fiere.

Ed eccola l'immagine che ci fa venire adesso alla tappa del Tour de France che si è conclusa a Orcières. Perché vi è indubbiamente un elemento di brutalità nel modo con cui la Jumbo-Visma ha spianato la strada verso la vittoria di tappa (e la conferma dello status di primo favorito) del suo leader. C’è qualcosa di animalesco nella ferocia con cui Wout van Aert ha messo in fila il gruppo a tre chilometri d’arrivo; nel passo felpato e purtuttavia implacabile imposto da Sepp Kuss prima dell’aggressione finale del capitano.

 

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