[TdF 2020] Il calumet della pace

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

La Terra è nata dal guscio di una tartaruga, è per questo che a casa di Neilson Powless ce ne sono in giro così tante.

Statuine, peluche, illustrazioni. Anche il suo giocattolo preferito da bambino era una tartaruga, e a voler essere precisi Neilson stesso è una tartaruga: primo nativo americano nella storia del Tour de France, Powless appartiene al clan della tartaruga, uno dei tre che costituiscono l’antica nazione degli Oneida. Le tartarughe, nello specifico, sono considerate protettrici della terra; insegnano l’importanza di non arrendersi mai e, soprattutto, della pazienza.

Quest’ultima virtù non è ancora del tutto sbocciata nell’animo di Powless, che sul Col de la Lusette, quando ancora mancavano venti chilometri all’arrivo della sesta tappa, si è fatto prendere – diciamo così – dall’entusiasmo. Ha attaccato convintamente e a più riprese i suoi compagni di fuga, mettendone in crisi la maggior parte ma non tutti, e ottenendo così l’unico risultato - per citare la memorabile chiosa con cui il suo ex-compagno di squadra George Bennett ha commentato il finale del recente Giro di Lombardia – di staccare se stesso.

Gli altri due clan del popolo Oneida sono il lupo e l’orso e, senza indugiare oltre con la metafora, diciamo per brevità che il fiuto del lupo è una buona sintesi delle doti con cui Lutsenko ha dominato il finale di tappa, mentre la durezza dell’orso descrive accuratamente lo sguardo torvo con cui Van Avermaet, anticipando proprio Powless, è andato a prendersi il terzo posto. Secondo è arrivato Herrada, ma i clan a questo punto sono finiti, e per guadagnarsi il suo avatar al buon Jesús toccherà ritentare.

Avrà occasioni per farlo, soprattutto finché i contendenti alla maglia gialla non si decideranno a fare come Powless e a mettere da parte il calumet della pace. Sembra presto, a dire il vero: la classifica generale è corta; l’assenza quasi totale di cronometro suggerisce a molti che il Tour 2020 possa essere vinto con una singola azione al momento giusto. È passata una settimana e sono ancora una ventina i corridori legittimamente ingolositi da questa prospettiva. Gli unici che oggi hanno guadagnato posizioni in top-ten (Chaves e Bardet) l’hanno fatto grazie al miglior piazzamento all’arrivo, non a chissà quale garibaldino azzardo. L’unico a tentare un allungo - Julian Alaphilippe, a duecento metri dall’arrivo – ha recuperato la miseria di un secondo.

 

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