[TdF 2020] Il Paese di Cuccagna

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Ci sono due cose di cui nessun Tour de France dell’epoca contemporanea può fare a meno: Peter Sagan e il vento.

In genere è sufficiente uno di questi ingredienti a rendere vivace una corsa altrimenti sonnacchiosa, ma è quando sono presenti tutti e due in contemporanea che certe tappe all’apparenza insulse – come quella di oggi verso Lavaur – possono diventare memorabili.

Sagan è arrivato nel ciclismo come caffeina in un giorno di pioggia: la sua incontenibile energia vitale, su e giù dalla bici, ha letteralmente travolto l’ultimo decennio di questo sport. Terminator, Rambo, Hulk: Sagan è passato attraverso tanti soprannomi e tante fasi; si è evoluto da ragazzaccio impertinente a campione giudizioso, e tutto ciò vincendo talmente tanto – perché è sempre stato vincere l’obiettivo del suo pedalare – che non è il caso nemmeno di provare ad abbozzare una sintesi del suo palmares.

Da un paio di stagioni, Sagan vince un po’ meno. È cresciuta la sua età: già passati i trenta. Sono cresciuti – soprattutto – i suoi avversari, un’infornata di giovincelli che, ispirandosi a lui, si dimostrano con crescente frequenza più freschi e più veloci di lui, anche nelle occasioni tradizionalmente più favorevoli a lui, con l’esito di insinuare in alcuni il sospetto che la parabola di Sagan abbia cominciato la sua discesa.

Ora questo non è necessariamente vero, ma allo stesso tempo è sicuro che in un futuro non troppo lontano il Tour avrà l’incombenza niente affatto secondaria di rimpiazzare la fonte di imprevedibilità e spettacolo che solo Sagan è in grado di essere in certi giorni.

 

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