[TdF2021] Vittoria con l'accento

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Tra il dicembre del 1914 e l’aprile del 1915 a Nîmes soggiornò Guillaume Apollinaire. Qui, in una camera dell’Hôtel du Midi, Square de la Couronne, il poeta visse una delle ultime storie d’amore della sua vita, la breve e intesa relazione (qualcuno li ha definiti "i dieci giorni più caldi della sua vita") con l’aviatrice Louise de Coligny-Chatillon, detta Lou. Dopo la sua partenza per il fronte, Apollinaire continuò a scriverle quasi tutti i giorni, un fiume di componimenti lirici che nel giro di pochi mesi arrivò a contare in totale 220 lettere e 76 poesie d’amore, pubblicate postume con il titolo di “Poèmes à Lou”, Poesie per Lou.

Dunque adesso facciamola breve e diciamo che sarebbe stato piuttosto calzante se a Nîmes questo pomeriggio avesse vinto Julian Alaphilippe, detto Lou-Lou, destinatario ogni giorno, da dodici giorni, di migliaia di sonetti d’amore da parte dei suoi connazionali.

Hanno, queste Poesie per Lou-Lou, le fattezze non solo della compagna Marion e del figlio Nino, arrivati in camper da qualche giorno al seguito della Grande Boucle, ma anche di una straordinaria quantità di maglie iridate, striscioni (un paio di giorni fa ne è stato inquadrato persino uno che invocava “Julian President”), applausi e incitamenti d’ogni foggia che uniscono l’esagono intorno al solo corridore francese in grado di vincere una tappa in questo Tour, il solo che abbia indossato la maglia gialla negli ultimi sette anni (prima di lui Gallopin nel 2014), il primo in vent’anni a passare in testa sul Mont Ventoux (prima di lui Virenque nel 2002), eccetera eccetera.

Alaphilippe, che pure non sembra in questo frangente godere della miglior condizione della carriera, ricambia con la consueta generosità, un approccio invariabilmente garibaldino che l’ha portato anche oggi ad attaccare tra i primissimi, quando ancora le raffiche all’uscita da Saint-Paul-Trois-Châteaux facevano presagire una battaglia nel vento che invece non è stata.

Non appena il vento si è calmato, la fuga è stata lasciata andare dal peloton assetato di riposo: Alaphilippe era nel gruppetto buono e c’è rimasto, anche se dopo il traguardo ha dichiarato che, viste le caratteristiche biometriche dei suoi compagni d’avventura, forse sarebbe stato meglio se ci fosse andato qualcun altro della sua squadra in avanscoperta - uno tipo Asgreen, per esempio.

Dei tredici fuggitivi, infatti, solo Sergio Henao della Qhubeka era più leggero di lui (61 chili contro 62): gli altri erano una spaventosa mistura di cronoman e passisti assortiti, omoni di ottanta chili o giù di lì costruiti per sciropparsi allegramente il piattume quasi integrale proposto dal menu di giornata.

Emblematica la composizione del quartetto che si è formato a quaranta chilometri da Nîmes, allorché Alaphilippe e altri otto si sono lasciati sorprendere dall’allungo dell’esordiente australiano Harry Sweeny, 23 anni domani, che accelerando con un gel ancora tra i denti si è portato dietro tre pesi massimi della caratura di Stefan Küng, Imanol Erviti e Nils Politt, altezza media serenamente sopra il metro e novanta.

Una fuga dalla fuga, un sottoinsieme del sottoinsieme dal quale trenta chilometri più avanti si è separata infine l’unità vincente.

 

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