Due vite

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Si consiglia di arrivare a Carcassonne in tarda mattinata, non oltre. È possibile parcheggiare in uno degli ampi posteggi a pagamento, appena fuori dalle mura fortificate, poi proseguire a piedi (una ventina di minuti di percorso pedonale) o col tram storico, partenze programmate allo scoccare di ogni ora. Dopodiché occorre piazzarsi lungo una delle rive dell’Aude o su uno dei tre ponti che le uniscono, dovunque ci sia un posto libero, e, infine, attendere l’inizio dello spettacolo.

Si tratta delle istruzioni fornite dall’ufficio turistico del comune di Carcassonne alle decine di migliaia di spettatori che ogni 14 luglio si riversano in paese per assistere all’Embrasement de la Cité, “l’incendio della città”, uno degli spettacoli pirotecnici più famosi e accorsati di Francia, venticinque minuti di un continuo “fiammeggiare di blu, bianco, giallo, verde, rosso, oro, più un grandioso bouquet finale”.

I fuochi d’artificio sono una delle immagini che con maggiore frequenza vengono associate a una corsa di biciclette che si conclude in volata. Il meticoloso atto preparatorio, la lunga attesa, la tensione che precede il momento dell’accensione degli stoppini. Poi, finalmente, gli scoppi: le acrobazie cromatiche che agghindano il cielo – pardon, il televisore – in una parentesi di frastuono incomparabilmente più breve del silenzio che l’ha preceduta, e che immediatamente la seguirà.

Anche per questo – per il loro destino di dover brillare solo per il tempo strettamente necessario: non di più, sprecherebbero energie preziose; non di meno, si lascerebbero sopravanzare sul più bello – quella del velocista è una delle mansioni sportive più usuranti, ancorché pericolose, che si conoscano.

Le polveri dei velocisti si bagnano in fretta; il tempo in cui ciascuno di essi può aspirare a primeggiare, a segnare un’epoca del ciclismo con il proprio nome e il proprio stile, è tendenzialmente circoscritto a una manciata di stagioni pirotecniche seguite da altre progressivamente meno esplosive, nella maggior parte dei casi prive del botto conclusivo, ed è questa la ragione per cui una volta di più ci ritroviamo a parlare – a compiacerci – della singolarità storica rappresentata da Mark Cavendish, e dal bouquet di granate con cui sta illuminando il Tour de France 2021.

Prendiamo lo scoppio più recente, quello di qualche ora fa a Carcassonne. All’uscita dall’ultima curva, Cavendish sembrava chiuso: persa la ruota di Mørkov, si trovava in una posizione in cui la più piccola distrazione sarebbe stata sufficiente ad allontanarlo definitivamente dal posto in cui doveva e fortissimamente voleva essere.

Come sia subito riuscito a riagganciarsi al compagno danese, aggirando Matthews all’esterno e infilandosi di nuovo nella sede che gli competeva, questa è pura questione di know-how, di conoscenza, di fisica. Al pari di una bomba pirotecnica che segue esattamente la traiettoria calcolata dall’artificiere prima di esplodere, Cavendish trova sempre la via “più semplice e più breve” per sprintare, come ha spiegato qualche tempo fa.

La lucida fiducia con cui negli ultimi cinquecento metri si è consegnato alle cure di coloro che in gergo pirico si definiscono passafuochi e che rispondono ai nomi di Ballerini e dello stesso Mørkøv, del quale ha scelto di tenere la scia fino alla fine anche in una volata diversa dalle precedenti, una volata in cui in due (Cortina prima e Philipsen poi) hanno provato ad anticiparlo, beh, questo è invece un assaggio delle sue arcinote, proverbiali, leggendarie risorse mentali.

Cavendish ha sinapsi veloci, oltre che fibre muscolari veloci. Si allena spesso con i sudoku, per intenderci, con tutta una varietà di enigmi e puzzle che hanno contribuito a renderlo lo straordinario "giocatore di ciclismo" che è diventato. Secondo un recente studio americano, il nostro cervello possiede intere reti neurali destinate al preciso scopo di valutare il livello di incertezza in un processo decisionale: maggiore l’incertezza, maggiore l’attività elettrica registrata nell’amigdala. Bene: Mark Cavendish in una volata si elettrifica, letteralmente, un po’ come Blanka, il personaggio di Street Fighter con cui peraltro condivide l’attuale colorazione verde.

Aggiungiamo a tutto questo un’invidiabile condizione atletica, ed ecco il record comparso oggi nei cieli del Tour. Con questa vittoria, Cavendish ha eguagliato Eddy Merckx: 34 vittorie a 34. Il confronto in sé per sé lascia il tempo che trova: Cavendish non è improvvisamente diventato il ciclista più forte di tutti tempi. Il velocista più vincente della storia del Tour, nonché uno dei più iconici in assoluto della storia di questo sport, beh, questo lo era già prima.

«È soltanto un'altra vittoria al Tour», ha detto nel post-tappa paragonando il successo di oggi al primo della serie, ottenuto tredici anni fa (sempre il 9 luglio), come nel tentativo di sminuire l'importanza del traguardo tagliato. I numeri tuttavia sono utili a dare sostegno e riferimenti a certi racconti, e questo numero corrobora racconto sportivo e umano di primaria grandezza. Sono un pezzo di storia, Mark Cavendish e questo incredibile ritorno.

Le sue due vite sono un romanzo che non è ancora finito e che già meriterebbe uno Strega; una saga di cocciutaggine, longevità e libidine che aiuta a ricordarci, come scrive Emanuele Trevi, che “non siamo nati per diventare saggi, ma per resistere, scampare, rubare un po’ di piacere a un mondo che non è stato fatto per noi.”

 

Testo: Leonardo Piccione
Foto in copertina: Getty Sport / Deceuninck Quick-Step

 

 

 

 

 

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