Anzi leggerissimo

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Uno dei moduli fondamentali nel corso che assegna il patentino di Appassionato di Tour de France è quello di “Distorsione ottimistica delle tattiche degli avversari della maglia gialla”, grazie al quale, pur di convincersi che i giochi per il primo posto siano ancora aperti, il candidato impara a cogliere segni di imminenti e spettacolari stravolgimenti della graduatoria in azioni che nelle reali intenzioni di chi le compie hanno ben più contenute ambizioni. 

Un significativo caso di scuola ci è stato offerto dalla quindicesima tappa del Tour 2021, nella cui maxi-fuga del mattino (32 componenti: più di un quinto dei corridori ancora in gara) erano presenti tre dei quattro compagni di squadra rimasti in tutto a Jonas Vingegaard, il solo corridore che abbia dato la sensazione nel corso di queste due prime settimane di poter far meglio di Tadej Pogačar in salita.

La Jumbo-Visma aveva insomma deciso, in piena consapevolezza, di autoisolare il proprio capitano piazzando nel gruppone di testa i suoi aiutanti migliori: Van Aert, Kruijswijk e Kuss. Una scelta inusuale, si potrebbe dire avventata, che tuttavia le nostre nozioni di Distorsione ottimistica ci avevano fatto interpretare come una premonizione: Vingegaard avrebbe provato a ribaltare il Tour de France. Avrebbe attaccato sulla penultima salita, messo in difficoltà Pogačar e, nell’ultima parte della tappa, sfruttato al meglio il super lavoro dei suoi super compagni di squadra, grazie ai quali avrebbe messo minuti preziosi tra sé e la maglia gialla. 

Abbiamo a lungo vagheggiato intorno a questi pensieri, che però sono evaporati nell’afa del Principato di Andorra. Vingegaard non ha nemmeno provato ad attaccare, verso Port d’Envalira: troppo dolci le pendenze, troppo forte il vento contrario.

Ha attaccato un paio di volte salendo al Col de Beixalis, l’ultima e più impegnativa salita, senza tuttavia che i suoi tentativi impensierissero minimamente Pogačar.

Anche Carapaz ci ha provato, lì, persino Urán, ma l’ultimo atto di una seconda settimana di Tour complessivamente più ordinaria della prima è stato uno dei tradizionali pareggi tra i migliori della classifica in cui il solo sconfitto risulta in genere il francese di turno pretendente al podio, che questa volta rispondeva al nome di Guillaume Martin, secondo in classifica alla partenza da Céret, colto da una crisi con tutti i crismi lungo la penultima discesa. 

In tutto ciò, i compagni di Vingegaard mandati in avanscoperta sono rimasti in avanscoperta, disinteressandosi di quel che accadeva al loro uomo di classifica e rendendo lampante che l’orizzonte della Jumbo in questo Tour è improntato al realismo più che all’utopia, e che – quantomeno oggi – preferivano investire le proprie energie nel tentativo di vincere un’altra tappa, non nella speranza di infastidire un Pogačar magari meno dominante di sette giorni fa ma non per questo fragile, apparso anzi fresco quasi quanto i cubetti di ghiaccio che per molti chilometri ha tenuto sulla nuca. 

La Jumbo in effetti l’ha vinta, la seconda tappa di questo suo turbolento Tour.

L’ha vinta con Sepp Kuss, americano di Durango, Colorado, cittadina il cui motto recita “Open spaces and familiar faces”. Familiare è la faccia di Kuss, pulita come il suo portamento da scalatore nato (ha passato le estati della sua infanzia sulle Montagne di San Juan, con madre, padre e tre asini); familiari le facce che ha incrociato sull’ultima salita (fidanzata e parenti della fidanzata); familiari – vive ad Andorra – le strade su cui si è esaltato dopo quattordici tappe in cui aveva brillato sorprendente poco.

Da ragazzino giocava a hockey, poi la corporatura non esattamente prestante l’ha spinto verso altri lidi: lo sci di fondo d’inverno e la mountain bike d’estate. «La bici all’inizio era uno scherzo», ha detto una volta. «Un modo per divertirmi con i miei amici e arrivare a sera esausto».

Leggero, anzi leggerissimo, Kuss ha preceduto di 23 secondi Alejandro Valverde, altro reduce della fuga di giornata (e di migliaia di altre cose, di altre corse, di tante epoche, di tanti ciclismi, eppure ancora perfettamente in grado di giocarsi una vittoria di tappa al Tour, probabilmente ormai sono cose e corse, epoche e ciclismi ad essere reduci di Valverde, non il contrario). 

Terzo è arrivato Wouter Poels, detto Wout, al secondo giorno consecutivo all’attacco, il quarto in questa Grande Boucle. Dopo una settimana esatta, Poels – questo bel Poels Unchained nella sua vita post-Sky – si è ripreso la maglia a pois, sottraendola a Michael Woods. Adesso nella classifica degli scalatori precede, oltre allo stesso Woods, anche Quintana e l’altro Wout – Van Aert – con il quale ha allegramente battagliato sulle due prime vette di giornata.

Dal momento che al termine di quest’infarinatura pirenaica si affaccia la sensazione che la lotta per la maglia gialla non figuri tra le questioni ancora aperte in quel che resta di Grande Boucle, potrebbero essere le dinamiche che assegneranno i pois a rivelarsi tra le più interessanti, risorsa ideale per mettere in pratica un altro modulo-base del nostro patentino di appassionati, quello intitolato “Ricerca di trame e personaggi alternativi in una edizione il cui esito principale sembra al momento largamente deciso”.

 

Testo: Leonardo Piccione
Foto: Team Jumbo-Visma / Cor Vos

 

 

 

 

 

 

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