Next time I am the guy

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Le storie dei ciclisti, come quelle dei marinai, sono di una semplicità assoluta, e il loro significato può stare tutto intero nel guscio di una noce. Stiamo parafrasando Joseph Conrad (nato Jósef Konrad, polacco) perché oggi al Tour de France ha vinto Patrick Konrad (nato Patrick Konrad, austriaco).

L’omonimia tra scrittore e ciclista sarebbe circostanza di per sé pretestuosa per tirare in ballo un’opera del calibro di Cuore di tenebra nel resoconto di una mera gara di biciclette, tuttavia si annida qualcosa di più di un calembour nella citazione d’apertura, o almeno questo è quanto stiamo per tentare di spiegare.

Le storie dei ciclisti – le storie che proviamo a raccontare attraverso i ciclisti – sono dunque storie semplici, assolutamente semplici. Questa è la tesi, per così dire. Prendiamo, a titolo di esempio, la vittoria che ha ottenuto a Saint-Gaudens questo pomeriggio Konrad (Patrick Konrad).

Konrad ha attaccato i suoi compagni di fuga (gli ultimi due rimasti, Colbrelli e Gaudu) a quattro chilometri dalla vetta del Portet d’Aspet, quando ne mancavano più di trentasei al traguardo. Ha preso subito un discreto vantaggio (un minuto circa), poi l’ha conservato agevolmente in discesa e sul breve strappo che precedeva la linea d’arrivo.

Ha vinto per distacco, senza che il suo successo fosse mai messo in discussione, dopo aver sparato presto la propria cartuccia, molto presto per certi standard delle strategie ciclistiche.

Come già avevano fatto negli scorsi giorni Mohorič, O’Connor, Politt, Mollema e Kuss, emersi con notevole anticipo dal novero di coloro in procinto di giocarsi la vittoria di tappa, Konrad è stato il primo a rompere gli indugi, come si dice in questi casi, dopodiché ha “semplicemente” insistito nella sua azione, senza guardarsi mai alle spalle, confidando nelle sue gambe e nella disorganizzazione degli avversari dietro di sé.

Ha detto Konrad dopo il traguardo che il segreto della sua vittoria di oggi – la prima della carriera fuori dai confini austriaci – è stato, banalmente, aver imparato dai suoi errori.

Per tre volte in questa edizione del Tour aveva atteso troppo a lungo, si era fatto anticipare da qualcun altro sul più bello, così dopo l’ultima beffa ha pensato “Next time I am the guy”. La prossima volta che mi capita, non aspetterò il finale: sarò io ad attaccare per primo. E così ha fatto. Tutto qui. Semplicità assoluta, si era detto, significati che stanno nel guscio di una noce, e viene difficile immaginare un significato più semplice e lineare di quello che Konrad ha letto tra le righe della sua storia al Tour de France 2021: correggere il tiro, riconoscere i propri sbagli, adattarsi alle situazioni che cambiano. Snaturarsi, se è il caso.

La regola presenta com’è d’uopo delle eccezioni (emblematica quella rappresentata da Sonny Colbrelli, velocista trasformatosi al punto di essere diventato stabilmente uno dei migliori in salita eppure ancora a secco di successi), tuttavia questa edizione del Tour continua senza soluzione di continuità a ricompensare chi ha la forza di mutare, di esporsi, di anticipare – in una parola, di sorprendere.

È questa, si potrebbe azzardare, una tendenza generale del ciclismo di questi anni, progressivamente pervaso dalla sfacciataggine tattica dei vari Van der Poel, Van Aert, dello stesso Pogačar, anomalie che nel loro evolversi in nuovo paradigma vincente stanno introducendo dinamiche inedite in questo sport (nella storia recente di questo sport). 

La stessa parabola complessiva di questo Tour de France sembra in un certo senso una conseguenza di questa tendenza al volere tutto e subito, all’anticipare ogni volta che si può, come se la corsa stessa (possiede una sua misteriosa volontà, una corsa di biciclette?) fosse, al pari dei suoi protagonisti, impaziente di mostrarsi, risolversi, dipanare il prima possibile tutte le sue trame.

Il più classico consumarsi lento della miccia prima della batteria finale si è allora capovolto, così che all’autentica scorpacciata della prima settimana di Tour sta seguendo una specie di sonnolento dopocena. Difficile anche solo immaginare chi o cosa potrebbe spezzare nei prossimi giorni questo nettissimo anticlimax.

Forse solo il già citato Van Aert, che nel finale della tappa di oggi si è piazzato davanti all'attardatissimo gruppo maglia gialla e ha dato un’accelerata delle sue, senza nessuna ragione apparente (se non la noia accumulata per tutto il pomeriggio) e senza nessuno dei suoi compagni lesto alla sua ruota.

Il campione belga è tra i pochi ancora in possesso di energie e di intenzioni bellicose, anche queste non troppo condivise. Così sembra, per lo meno.

Perché domani e dopodomani sono in programma i Pirenei più burberi. Arrivano il Col du Portet e il Col du Tourmalet, e com’è noto certi monti per i ciclisti sono come il mare per i marinai, “padroni delle loro esistenze e imperscrutabili come il destino” (sempre Konrad, Joséf Konrad, da Cuore di tenebra).

 

Testo: Leonardo Piccione
Foto in copertina: Bora - hansgrohe

 

 

 

 

 

 

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