Poker e Pirenei

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

In una corsa di qualche anno fa, quando era ancora dilettante, Pierre Latour fu udito urlare: «Volete andare avanti o no?». Non si rivolgeva né a compagni di squadra né tantomeno ad avversari di sorta, ma direttamente alle sue gambe, che il francese della TotalEnergies ha l’abitudine di chiamare per nome: una Brigitte e l’altra Bernadette.

Difficile dire cosa Latour abbia intimato alle sue gambe oggi intorno ai trenta chilometri dall’arrivo, sulla penultima salita della diciassettesima tappa del Tour, quando per due volte ha provato ad attaccare dal gruppo maglia gialla, per due volte ha preso al massimo una ventina di metri di vantaggio e per due volte è stato inesorabilmente riassorbito dal ritmo imposto dai compagni di squadra della maglia gialla.

Più verosimile che siano state Brigitte e Bernadette a urlare qualcosa a Latour, che gli abbiano cioè suggerito – nel linguaggio universale in cui le gambe urlano a un ciclista a tutta lungo una salita – che non era il caso di continuare a spremerle in quel modo, per giunta senza apprezzabili effetti; che comprendevano il desiderio di Pierre di mettersi in mostra nel giorno della Bastiglia, con le montagne zeppe di francesi sia a bordo strada che sulla strada – Perez e Godon, davanti a tutti da diverse ore – ma che d’altra parte quella in corso non era affatto una giornata buona per fughe o altri approcci variamente fantasiosi: era una tappa messa nel mirino dal concorrente più forte in gara, sostenuto da una squadra - la sua - partita tra preoccupanti balbettii e rivelatasi invece ogni giorno più convincente.

Tadej Pogačar voleva vincere, sul Col du Portet. Bramava la sua prima vittoria in carriera (non l’ultima, sospettiamo) con la maglia gialla sulle spalle. Desiderava anche, o forse soprattutto, tornare a dare spettacolo attraverso l’azione che più di tutte sembra prediligere: scrollarsi di dosso gli avversari uno dopo l’altro con quel disarmante mix di leggerezza e potenza messo in mostra a Le Grand-Bornand ed esibito con maggiore parsimonia negli ultimi dieci giorni di corsa. Voleva vincere e ha vinto, Pogačar, anche se le cose per lui si sono rivelate più complicate del previsto.

Lungo l’interminabile salita finale ha accelerato una, due, tre volte; alzandosi sui pedali o in progressione, partendo dalla testa del gruppetto o dalle spalle dei rivali, tuttavia in alcun modo – se non negli ultimi cento metri – è riuscito a liberarsi della compagnia di Jonas Vingegaard e Richard Carapaz.

Difficile stabilire se in questa parte finale di Tour siano cresciuti di condizione questi ultimi o se sia leggermente calato Pogačar (o se, verosimilmente, si tratti di una combinazione delle due cose), fatto sta che questo nuovo e pressoché assoluto equilibrio tra i tre big della classifica generale ha prodotto un finale di tappa decisamente spassoso.

Sono stati Pogačar e Vingegaard ad alternarsi per tutto il tempo in testa al trio: il primo, più spesso e più a lungo, nel già citato tentativo di andarsene; il secondo, di tanto in tanto, con lo scopo di aumentare il vantaggio sullo staccato Urán (l’altro pretendente al podio di Parigi, da stasera per lui molto più lontano) e allo stesso tempo di stanare Carapaz, il quale in tutto ciò continuava a rimanere appeso alla terza posizione con la lingua e i con i denti – almeno così dava a pensare.

La gestualità di Pogačar, che dopo ogni allungo finito in nulla di fatto si girava verso gli scomodi vagoncini che si trascinava dietro come a chiedere una collaborazione che essi avevano poco interesse a concedere, suggeriva una certa qual insofferenza della maglia gialla, innervosita forse dalla solitudine che tardava ad arrivare, tuttavia se la sua pedalata comunicava una sensazione, questa era la freschezza. Tra i boschi dell’Alta Garonna, Pogačar era a suo agio almeno quanto gli orsi – peraltro di origine slovena – che da alcuni anni sono tornati a popolarli.

Liscia e arrotondata (e senza l’ombra di un pelo: il parallelo con gli orsi si interrompe qui), i primi piani sulla sua faccia facevano risaltare per contrasto quella di Vingegaard, provvista di lineamenti più decisi, contorni meno levigati, labbra appena accennate, una somiglianza non banale secondo alcuni con Macaulay Culkin di Mamma ho perso l’aereo.

Dei tre, comunque, non era Vingegaard quello in vena di trappole e scherzetti: era Carapaz, che a poco più di un chilometro dall’arrivo è saltato improvvisamente fuori dalla sua sofferenza e ha accelerato, deciso. Prima Pogačar e poco dopo Vingegaard hanno però chiuso su di lui, relegandolo infine al terzo posto di tappa.

Dopo l’arrivo, sia Pogačar che Vingegaard hanno spiegato di non essere stati sorpresi dalla tattica di Carapaz. «A un certo punto ci siamo parlati e Vingegaard mi ha detto una cosa che sapevo anch’io», ha raccontato Pogačar. «Cioè che Carapaz stava bluffando».

Ora, se Carapaz stesse davvero (e legittimamente) fingendo per provare a cogliere di sorpresa gli avversari nel finale, questo non siamo in grado di dirlo. Quel che sappiamo con certezza è che sul Col du Portet Pogačar e Vingegaard hanno pensato la stessa cosa e hanno agito di conseguenza, imbastendo un’alleanza forse momentanea ma assai proficua per entrambi.

Hanno teste da giocatori di poker, quei due, oltre che quattro tra le gambe migliori di questo Tour de France (qualsiasi siano i loro nomi).

 

Testo: Leonardo Piccione
Foto in copertina: Ineos Grenadiers

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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