[TdF2021] Chiudere i cerchi

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Uno dei punti di forza del ciclismo risiede senza dubbio nella facilità e nella frequenza con cui le storie che imbastisce arrivano a far vibrare certe corde private, a bussare a porte che per necessità o per timore teniamo sigillate e che nel mezzo di un pomeriggio d’estate come tanti vengono abbattute, travolte, scardinate da un ventiseienne che, dopo aver sprigionato sulla sua bici una quantità spaventosa di watt in un gesto atletico assegnabile alla categoria della violenza molto più che a quella della grazia, adesso invece piange a dirotto in mondovisione, si asciuga gli occhi dentro un gomito, è un bambino indifeso a cui manca il nonno, non riesce a dire più niente.

I ciclisti non sono diversi dagli altri atleti – tantomeno dagli altri esseri umani – nella loro esperienza dei fatti della vita, delle perdite, degli arrivi, della rabbia e della contentezza, tuttavia, per una serie di ragioni che dopo più di un secolo di corse ancora cerchiamo di indagare, le loro emozioni giungono agli spettatori come amplificate, aumentate in intensità dal percorso appena compiuto, dai pericoli scansati, dalle contraddizioni contenute nel viaggio stesso.

Le storie raccontate dai ciclisti o attraverso i ciclisti sono talvolta pungoli acuminati che penetrano in profondità, così in profondità che oggi, per parlare un po' di Mathieu van der Poel, cominceremo niente meno che dai mitocondri.

 

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