Una dinamo incandescente

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

E così Wout van Aert ha vinto anche a cronometro. Era già accaduto in precedenza (non più tardi dell’ultima Tirreno-Adriatico), ma non ancora al Tour de France.

Van Aert ha vinto a cronometro nello stesso Tour de France in cui ha, tra le altre cose, vinto la tappa del doppio Ventoux e preceduto tutti i velocisti (tranne uno) nello sprint di gruppo di Valence.

Ha dichiarato che domani proverà a contendere una delle volate più prestigiose dell’anno a quell’unico velocista che non è riuscito a battere a Valence, e risulta oggettivamente difficile dire se l’epilogo narrativamente migliore, tra ventiquattr’ore sugli Champs-Élysées, sia la vittoria numero 35 di Mark Cavendish al Tour de France o la suprema consacrazione della polivalenza di Van Aert, che peraltro completando domani la sua personalissima tripletta (vittoria in una tappa di montagna, vittoria in una cronometro, vittoria in una volata) permetterebbe al padre della sua patria, Merckx, di rimanere co-detentore dell’ambito record per almeno altri undici mesi e mezzo.

Rimane questa l’unica matassina da sbrogliare in un Tour che per il resto aveva già detto tutto in anticipo e con dovizia di particolari, al punto che la Libourne – Saint-Émilion di oggi ha provocato un solo, misero cambiamento nei primi venti posti della classifica generale, precisamente al ventesimo, con Bauke Mollema che è riuscito a sopravanzare Sergio Henao.

Tutti gli altri hanno difeso la loro posizione o – a seconda del punto di vista – fallito il tentativo di migliorarla.

È rimasto dodicesimo Mattia Cattaneo, sesto oggi e protagonista come Van Aert di un Tour di straordinaria polifunzionalità: prezioso nel treno di Cavendish, attivo nelle fughe, brillante in salita, solidissimo contro il tempo.

È rimasto ottavo Guillaume Martin, in grado per il quinto Tour consecutivo di migliorare il risultato dell’anno precedente eppure in qualche modo sempre più prigioniero della sua inscalfibile regolarità, la quale, come ha spiegato lui stesso, se da un lato gli garantisce di non avere giornate di crisi nera, dall’altro gli nega picchi di brillantezza che meglio si adatterebbero alla sua condotta aggressiva, non concedendogli mai exploit pari a quelli di alcuni di suoi colleghi di fuga come Mollema o Kuss.

O come Ben O’Connor, bravo oggi a difendere il suo quarto posto dall’assalto (non troppo convinto) di Wilco Kelderman e da domani chiamato a sciogliere il dubbio su cosa fare da grande, se cioè considerarsi ufficialmente un corridore da classifica generale o tenersi stretta la libertà che gli ha permesso il memorabile trionfo nella tappa di Tignes.

Chi non ha dubbi, né su questo Tour (stravinto) né sul suo futuro (più che luminoso), è Tadej Pogačar, che si è concesso una cronometro di semi-relax, in cui non ha rischiato nulla di nulla e ha finito per concedere 25 secondi a Jonas Vingegaard, la più significativa rivelazione di questo Tour de France. Di nuovo terzo a cronometro, Vingegaard è uno dei quattro corridori della sua nazione piazzatisi nella top-10 di giornata, a conferma del sempre più verificato adagio secondo cui c’è del wattaggio in Danimarca.

Migliore nel manipolo di danesi a propulsione è stato lo stantuffo che risponde al nome di Kasper Asgreen, e che dalle sue parti è noto anche come “il mostro di watt di Kolding”, Kolding essendo la cittadina da cui proviene e nella quale, prima di mettere alla frusta quelli in fibra di carbonio, guidava cavalli in carne e ossa.

Da bambino Asgreen faceva dressage: ha preso parte a cinquantuno competizioni ufficiali (vincendone una), e avremmo volentieri approfondito la storia del legame con Cindy, il suo vecchio pony, se tra le vigne di Saint-Émilion, poco dopo la prova di Asgreen, non avesse fatto irruzione Van Aert, al galoppo. 

È partito più veloce di Asgreen, è arrivato appena più piano. Complessivamente è stato più costante del danese e, banalmente, più veloce. Cinquantuno chilometri e mezzo all’ora di velocità media per Van Aert, che nelle interviste post-tappa, imperlato di sudore, ha detto che oggi sulla poltrona che accoglieva il detentore del miglior tempo faceva caldissimo.

La “hot seat” era più hot del solito perché nella Nuova Aquitania c’erano più di trenta gradi, ma anche perché sopra di essa era seduta una dinamo incandescente, un intero impianto di energia rinnovabile destinata agli usi più disparati, per nostro diletto tutti su due ruote.

Testo: Leonardo Piccione
Foto in copertina: Team Jumbo-Visma

 

 

 

 

 

 

 

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