Già il tramonto

  • Di:
      >>  
     

    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Alle 19:21 ora di Parigi, nell’attimo in cui ha tagliato il traguardo degli Champs-Élysées, 74 posizioni dietro Van Aert, Pello Bilbao ha completato il record più difficilmente battibile tra i tanti registrati nel corso di questo Tour de France. Insieme a Dan Martin, è uno dei due soli corridori nella storia del ciclismo ad aver portato a termine quattro corse a tappe di tre settimane nell’arco di un solo anno.

Dieci mesi e mezzo per la precisione: dal 29 agosto 2020 al 18 luglio 2021, un periodo nel quale Martin ha corso due Tour, un Giro e una Vuelta, mentre Bilbao due Tour e due Giri. Dal momento che la Vuelta 2020 era un po’ più corta del solito (18 tappe anziché 21), spetta allo scalatore della Bahrain il titolo di corridore più familiare dell'anno agli occhi e alle orecchie degli appassionati di grandi giri.

Abbiamo passato qualche ora in compagnia di Pello Bilbao in ben 84 degli ultimi 323 giorni della nostra vita, pari a una media di un giorno ogni quattro. Abbiamo insomma "frequentato” Pello Bilbao più di quanto si frequentino certi amanti, circostanza che se da un lato certifica la portata quasi criminosa della nostra passione (da un certo punto in poi si potrebbe definire stalking), dall’altro costituisce un efficace promemoria della singolarità della fase storica in corso, di questo tempo prima sospeso, poi dilatato, poi accelerato nel tentativo di salvare il salvabile, recuperare il recuperabile, vivere il non vissuto. 

Dieci mesi fa Tadej Pogačar non aveva mai corso un Tour de France. Non aveva preso il via a una tappa del Tour che fosse una, invece in questo momento si trova per la seconda volta in maglia gialla a Parigi, l’Arco di Trionfo sullo sfondo e due diversi avversari alla destra e alla sinistra.

È passato talmente poco tempo dalla volta precedente, che non si può davvero dire che il giovanotto al centro dell’immagine sia cambiato. Ha la stessa età che aveva alla fine del Tour 2020, tanto per cominciare: ventidue anni. La stessa espressione da bimbo felice, lo stesso sguardo divertito, la stessa voce spigliata.

Ribadisce di continuare ad affrontare tutto questo con leggerezza, perché il ciclismo “resta un gioco” e più in generale gli piace molto questa cosa chiamata come la minore delle sue due sorelle, Vita.

Ma intorno a lui tutto è cambiato: Pogačar nuovo padrone del Tour, Pogačar le petit cannibale. Nessuno nella storia del ciclismo aveva vinto due Tour de France alla sua età, nemmeno Merckx.

Il contesto in cui si è manifestato il suo avvento – la sua irruzione – rendono l’impatto di Pogačar uno dei più rapidi e destabilizzanti che si ricordino nella storia del ciclismo. L’era-Pogačar, annunciata dal tornado dello scorso settembre sulla Planche des Belles Filles, procede a vele spiegate, travolgendo tutto e tutti, e guardandolo sorridente sugli Champs-Élysées viene quasi spontaneo chiedersi cosa sarà di Pogačar adesso.

Che avrà voglia di fare, e come? In che modo disporrà dei nostri pomeriggi di luglio, della fiducia che siamo portati ad accordargli? Come si confronterà con le responsabilità che dovrà prendersi, le contraddizioni che discenderanno dal suo non essere più un ragazzo pur essendo ancora un ragazzo, dal dover dare risposte a domande di un altro tempo, sostenere richieste legittime e inevitabili insinuazioni?  

Auguriamo spalle grandi e forti a Pogačar, larghe almeno quanto quelle di André Greipel, 39 anni, che oggi ha corso la sua ultima tappa della sua lunga e onorata carriera al Tour. 

Si noterà l’assenza della sagoma di Greipel, nella tela che è ogni Tour di France. Tela impressionista ovviamente, a maggior ragione oggi che si partiva da Chatou, dalle parti della Maison Fournaise e dunque dei canottieri, e di Renoir, di opere in cui più che il disegno conta il colore, in cui le emozioni vanno svelate, i contrasti esaltati, in cui ogni personaggio è una pennellata ampia e decisa.

Nell’affollato en plein air del Tour appena finito troviamo, tra gli altri, i riflessi orgogliosi di Fred Wright della Bahrain (il più giovane corridore in gara, felice per aver fatto “qualcosa in più che sopravvivere e basta”) e quelli esausti di Anthony Turgis della TotalEnergies (ammalatosi l’ultimo giorno, è arrivato sul traguardo di Parigi con 12 minuti di ritardo, dopo aver rischiato di essere doppiato dal gruppo).

Scorgiamo distintamente gli inseparabili fratelli Van Poppel della Intermarché, che se non fosse per un paio di buoni piazzamenti in volata del maggiore (Danny, 6° oggi) avrebbero corso un Tour de France largamente speculare, arrivando uno 117° e l’altro 120° in classifica generale, con la straordinaria chicca del tempo identico fatto segnare nella cronometro di ieri: 40 minuti e 21 secondi.

Apprendiamo, risalendo la graduatoria, delle difficoltà di Mark Donovan della DSM, 45° in classifica generale, che ieri ha raccontato di aver perso la mamma appena un mese prima di partire per il Tour, e di essere voluto arrivare a Parigi per lei.

Troviamo, una volta di più, Wout van Aert, primo corridore dai tempi di Hinault (1979) a vincere una tappa di montagna, una cronometro e una volata di gruppo nella stessa edizione del Tour. Clamoroso come sia riuscito a trasformare gli ultimi dieci giorni di Tour in uno show più stratificato e in ultima analisi più elevato in caratura di quello proposto da Van der Poel nei primi dieci giorni.

Battendo Cavendish (3°, con Philipsen 2°), ha anche preservato il condiviso primato di vittorie di Merckx, ma di questo non ha parlato. Non c’era tempo, Van Aert ha un aereo per Tokyo stasera stessa. Sempre la stessa storia: i giorni non si fermano, cominciano le Olimpiadi, su Parigi è già il tramonto.

Il tramonto, scriveva in un bel libro Michele Mari, è il momento in cui anche un’operazione così ordinaria come redigere il giornale di bordo si nobilita in un atto di superiore armonia, e tutto consegue la sua forma. La forma conclusiva del Tour 2021 non può che essere quella paglierina di Tadej Pogačar. Più che la sua forma, la sua voce, con la quale annuncia alla Francia, dopo un paio di minuti di ringraziamenti vari, di non avere altro da aggiungere. 

«Spero di aver detto abbastanza», dice un po’ imbarazzato Pogačar prima di andarsene a festeggiare, come a scusarsi della brevità del suo discorso e della sua solita fretta; come se fosse una cosa di cui scusarsi, la gioventù, e non invece una delle grandi ragioni per cui ogni anno familiarizziamo con volti e storie del Tour, nella speranza di rivivere o prolungare la nostra.

 

Testo: Leonardo Piccione
Foto in copertina: ASO / A. Vialatte 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categoria: