[TdF2021] Torneremo ancora

  • Di:
      >>  
     

    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Gli sceneggiatori di questo Tour de France, chiunque essi siano, non devono tenere in altissima considerazione l’equilibrio cardiaco e nervoso di chi lo segue. Sono passati quattro giorni, sembrano quaranta: il Grand Départ bretone è stato l’attraversamento di un deserto di tentazioni, di sbalzi d’umore, di picchi di commozione e dei loro susseguenti sprofondi di timore, tensione, persino rabbia.

I temi scomodati dalle vicende di quest’inizio di Grande Boucle sarebbero pertinenza di esimi pensatori, di penne raffinate; con le storie di questi primi quattro giorni di Tour si potrebbero riempire libri interi, e dal momento che stiamo per parlare di Fougéres invochiamo a nume tutelare della storia che indegnamente andiamo a raccontare niente meno che Victor Hugo, che nella sua visita alla città di Fougéres si fece guidare dalla musa locale Juliette Drouet, e alla cui memoria è intitolato un bel teatro nella ville haute.

La storia di oggi potrebbe cominciare nel 2015, sempre da Fougéres, sulla linea d’arrivo della settima tappa del Tour. Cavendish primo, Greipel secondo, Sagan terzo, il telecronista di France Télévision che per celebrare il ritorno al successo dopo una stagione di digiuno di uno dei velocisti più forti della storia del ciclismo esclama, con chiaro accento transalpino, “Cav is back!”.

Potrebbe cominciare anche un anno prima di allora, durante il primo Tour in sette anni senza nemmeno una vittoria di Cavendish, quando la sua traiettoria sembrava inesorabilmente curvare, e non di certo verso l’alto, i suoi colpi di cannone respinti da avversari più giovani e più forti, dalla fulminea maturazione di Marcel Kittel, oppure ancora tre anni più tardi, al termine dell’undicesima tappa del Tour 2018, allorché, proprio insieme a Kittel, Cavedish finì fuori tempo massimo.

Potrebbe avere inizio, a dire il vero, in uno qualsiasi della moltitudine di punti sulla linea temporale che collega il 2007, l’anno del suo esordio da professionista, al 2021, l’anno del suo terzo ritorno (o forse è il quarto, magari il quinto?), tuttavia forse ha senso farla cominciare nel 2008, a Châteauroux, quinta tappa del Tour, il giorno del suo primo successo al Tour, il pomeriggio in cui la gran parte di noi ha cominciato a familiarizzare con la sua velocità, la sua furbizia, la sua spregiudicatezza, il suo caratterino, la sua inflessione, i suoi ghigni e i suoi pianti.

Sono passate tredici estati da allora. Sono tredici anni che conosciamo Mark Cavendish, e tredici anni sono un tempo molto lungo, non tocca certo spiegarlo, gran parte degli amori durano molto meno di così, anche qualche amicizia, figurarsi la carriera di un velocista, di uno che fa dell’esplosività la sua arma più affilata.

 

(...)

Leggi il racconto completo nella nostra raccolta "Mai burlarsi di un drago vivo - Storie e visioni dal Tour de France 2021".
Qui tutte le informazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

Categoria: