A conti fatti

  • Di:
      >>  
     

    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

«Un gin tonic, per favore». Quando al Parco Musashino-no-mori comincia la prova in linea delle Olimpiadi, in Europa è ancora sabato notte. Chilometro zero, pronti, via.

«Dai, l'ultima birra e a casa». La gara olimpica si muove in quel momento di transizione tra la notte il giorno, quando la luce precede l'alba e confonde chi ancora deve andare a dormire e chi si è appena svegliato. Non appena si muove la corsa, 137 chilometri al traguardo, Anna Kiesenhofer è già in fuga.

«Caffè e cornetto, grazie». Si ordinano colazioni nei bar europei, con uno schermo acceso in alto, in un angolo. Siamo a metà gara e in gruppo non c'è grande interesse a tirare, non lo fanno le atlete dei Paesi Bassi, fortissime e strafavorite, e quindi non lo fa quella specie di contorno che secondo i pronostici è poco più che resto del mondo. Davanti invece sono in cinque, si danno i cambi regolari. È mattina piena, e Anna Kiesenhofer è in fuga.

Si alternano le immagini sui teleschermi del mondo. Ci sono colpi di karate e tiri di pallacanestro, e in mezzo, a 41 chilometri dall'arrivo, Anna Kiesenhofer è ancora in fuga, definitivamente sola al comando. La linea passa ad altri inviati, a stilettate di fioretto e pagaiate di canoisti, ma Anna Kiesenhofer è sempre in fuga.

Una presenza talmente concreta, immutabile, che pure le avversarie non ci pensano più, ci hanno fatto l'abitudine come all'afa e alla sagoma del Fuji che sbuca dalla foschia all'orizzonte. Forse perché Anna Kiesenhofer è sempre stata lì, da qualche parte, magari non troppo appariscente ma presente. 

Mentre Marianne Vos, Annemiek van Vleuten e Anna van der Breggen vincevano tutto quel che si poteva vincere, si lanciavano in imprese epiche e riscrivevano la storia del ciclismo, Anna Kiesenhofer era all'università, sempre lì.

Le fughe dell’austriaca, 30 anni, erano soprattutto passaggi da un ateneo all'altro: dall'Austria alla Spagna, poi alla Gran Bretagna e infine in Svizzera. Laurea, dottorato, assegni di ricerca, una specie di Giro d'Europa in matematica e fisica. Le sue colleghe pedalavano, lei calcolava.

Un paio di settimane fa si è sbizzarrita in una simulazione dell'impatto delle temperature elevate sul suo corpo sotto sforzo, preoccupata dal caldo e dalla lunghezza della gara in linea giapponese, su cui aveva dovuto ripiegare con rammarico non trovando posto per la cronometro, la sua specialità.

Ha cercato qualche riferimento bibliografico e condiviso i suoi dubbi sui risultati in quello che su Twitter ha definito un monologo. Solo oggi ha ricevuto una sfilza di risposte, nella forma di congratulazioni per il traguardo raggiunto: la medaglia d’oro olimpica. 

Come sa bene Kiesenhofer, i conti si fanno anche quando non si sa a che risultato porteranno, anche quando c’è il rischio che siano sbagliati. È l’ignoto il succo della ricerca. Se in gruppo non avessero perso di vista l'aumentare del distacco, se avessero contato per bene il numero di fuggitive riprese nel finale di corsa, in questa tarda domenica mattina europea si sarebbe raccontata una corsa diversa.

Ma fare i conti al bar è facile, farli pedalando nel caldo umido, a 40 chilometri orari, un po' meno. Così Annemiek van Vleuten si è lanciata all'inseguimento di un metallo rivelatosi meno pregiato di quanto credesse, verso una vittoria sfumata ancor più vicino al traguardo rispetto a cinque anni fa. Così Elisa Longo Borghini ha scelto l'istante ideale per seguirla, per tornare ancora una volta sullo stesso gradino del podio, sempre lì.

In tutto questo Anna Kiesenhofer era imperterrita là davanti, con la pedalata sempre più sbilenca, la lingua fuori e la dentatura che si allargava a cercare più aria possibile, senza per questo perdere la forma di un sorriso.

Erano 125 anni che l'Austria non vinceva una corsa di ciclismo alle Olimpiadi. L'ultimo era stato Adolf Schmal nella 12 ore su pista ad Atene 1896, l'ultima gara della prima edizione dei Giochi. Quel giorno Schmal percorse 295,3 chilometri tra la pioggia e il vento nel velodromo scoperto del Pireo. Attaccò subito, poi difese l'unico giro di vantaggio sul britannico Frank Keeping sino in fondo: alla fine vinse per 333 metri. Oro e argento, il bronzo non fu nemmeno assegnato perché tutti gli altri si ritirarono prima di mezzogiorno.

Poco importa l'orario. Oggi si torna a brindare in Austria, si festeggia in almeno quattro università differenti in giro per l'Europa, e Anna Kiesenhofer può compiacersi di aver fatto ancora una volta tutti i calcoli giusti, è la sua specialità. «Un calice di vino, bitte».

 

 

 

Categoria: