Ferma in tutte le stazioni

L'ascesa al Monte Fuji è scandita da una serie di stazioni. Passaggi obbligati nella fatica della scalata, una via crucis alle prese col suo Golgota.

Qualche secolo fa si partiva da lontanissimo, dai lembi marginali dell'immane cono che è il monte sacro del Giappone. Erano necessari giorni di cammino per avvicinarsi alla vetta, passando da una stazione all'altra: ad ogni passaggio si trovava accoglienza, cibo e ospitalità presso le confraternite di monaci che accudivano il vulcano e il destino dei pellegrini.

Al giorno d’oggi, delle prime stazioni nemmeno ci si ricorda: alla quarta si arriva col treno, alla quinta in autostrada. L'esercizio dell’ascesa sta tutto negli ultimi avamposti, allorché il sentiero si fa più stretto e le frotte di turisti si diradano, dissuase dalle isolate assistenti che si precipitano incontro a chi presumesse di affrontare l’impresa in infradito, o zoppicando.

Quella salita che comincia con un che di scampagnata scolastica prende così a zig-zagare: i versanti si inclinano, le ceneri vulcaniche lasciano posto alle rocce, stazione dopo stazione, sino in cima.

Richard Carapaz è uno che di cime se ne intende: ne è nato circondato, a tremila metri di altitudine, predisposto dalle circostanze della vita all’aria rarefatta e alla convivenza con le vertigini. Carapaz ha a che fare con le salite e anche con le stazioni, dal momento che è soprannominato Locomotora, cioè Locomotiva.

Si è guadagnato il soprannome nelle categorie giovanili, quando per correre doveva obbligatoriamente valicare il confine che separa il Carchi, la sua provincia, dalla vicina Colombia. Quando attaccava, il giovane Carapaz era inarrestabile: si liberava degli avversari e li distanziava con progressioni degne di un treno a vapore. Ancora oggi i telecronisti sudamericani per incoraggiarlo lo invitano a "gettare la legna sul fuoco", spingendo la locomotiva alla massima accelerazione. 

Ma il Carapaz-treno non è soltanto l’inafferrabile scalatore.

È anche una vita sempre in viaggio, di città in città, fermate in tutte le stazioni. Da Tulcán alla Colombia, dalla Colombia alla Spagna, dall'infanzia sulle Ande a prendersi cura delle mucche di famiglia alla prima bicicletta recuperata in fondo a una catasta di rifiuti, fino all'incidente (anno 2014, investito in allenamento e risvegliatosi tutto rotto in ospedale) che sembrava avergli stroncato la carriera prima ancora che cominciasse.

E poi da lì al Giro d’Italia di due anni fa (vinto), alla Vuelta dell’anno scorso (quasi vinta), al Tour di questo stesso luglio (finito sul podio), infine – oggi – al gradino più alto di un altro podio, basso e lungo, con il Fuji alle spalle, lontano, tra le nubi.

La locomotiva Carapaz si è involata verso il circuito automobilistico del Fuji quando in Europa si era fatta mattina da poco e in Ecuador era ancora notte fonda.

Dapprima, a venticinque chilometri dall’arrivo, ha seguito l’allungo in falsopiano di Brandon McNulty, bravo a sfruttare forse l’unico breve frangente nella fase decisiva della corsa in cui Wout van Aert ha rifiatato, o provato a farlo, nel mezzo della incalcolabile serie di ricuciture e inseguimenti di cui il belga ha affastellato l’ultima ora e mezza di gara.

Dopodiché, su un ultimo tratto all’insù ai sei dall’arrivo, ha lasciato di netto la compagnia del giovane statunitense e se n’è andato, ricreando per il finale più prestigioso della sua carriera una condizione – quella della solitudine – che sintetizza idealmente le difficoltà incontrate lungo il percorso di ciclista e insieme le qualità che ha dovuto affinare per affermarsi in uno sport sempre più dominato da corridori polivalenti in cui lui, scalatore purissimo, rappresenta per molti versi un’eccezione.

Primo ciclista professionista ecuadoriano a trasferirsi in Europa, primo a prendere parte a una gara WorldTour, primo a vincerne una e così via, Carapaz non ha mai nascosto la delusione che gli deriva dall’essere nonostante tutto considerato una specie di anomalia, in patria, più che un pioniere. Una volta si è riferito al suo impegno per l’affermazione del ciclismo nel suo Paese come al “grido di un uomo muto”, circostanza che non gli impedisce certo di continuare a urlare, a modo suo, attraverso il suo ciclismo aggressivo, intelligente, mai anonimo.

A Carapaz piace da matti l’adrenalina; dà il meglio di sé quando i giri aumentano, i battiti del cuore schizzano e lui anziché andare nel panico si sente a suo agio, mente fredda dentro un corpo caliente, pronta a individuare le pieghe della corsa nelle quali inserirsi, il momento esatto in cui fare la sua mossa. Sa bene che se vuole vincere non può permettersi di spargere troppe energie superflue qua e là: le sue riserve sono meno inesauribili di quelle di due fenomeni della versatilità come Van Aert o Pogačar, ed è per questo che la situazione ideale per Carapaz è sempre quella in cui l’onere del favorito spetta a qualcun altro, e lui può concentrarsi su come ovviare al suo svantaggio.

Questo ha fatto sul circuito del Fuji, alla perfezione, lasciando che i due uomini da battere si assumessero appieno le loro responsabilità. 

E Pogačar e Van Aert – soprattutto Van Aert, ci stancheremo prima noi di trovare aggettivi per lui che lui di ribadire la sua eccezionalità – non si sono tirati indietro, spremendo sé stessi e i rispettivi compagni nel compito di controllare la corsa, poi di movimentarla, poi ancora di rispondere al florilegio di allunghi portati nel finale (da Kwiatkowski, da Woods, da Mollema, da Fuglsang) nel gruppo di tredici intento a giocarsi le medaglie.

Medaglie che alla fine il belga e lo sloveno sono riusciti a portarsi a casa: ma non la più preziosa.

Contrariamente a quanto accaduto durante l’ultimo Tour de France, nel quale la superiorità numerica della sua squadra è stata frustrata dalla superiorità individuale di Pogačar, nella gara olimpica Carapaz è riuscito a trasformare l’assoluta inferiorità della sua squadra in punto di forza.

In un certo senso è come se l’esperienza portasse Carapaz a rendere meglio nelle situazioni in cui deve vedersela da sé, contando solo sulle sue forze, ed è per questo che ha percorso il rettilineo finale rallentando, battendo colpi gaudenti sul manubrio e plaudendo a sé stesso, capotreno felice al termine di un viaggio senza ritardi né intoppi.

Subito dopo si è fermato, ha atteso dieci minuti e dodici secondi in mezzo alla strada, con la bici ancora tra le gambe. La locomotiva ha aspettato che arrivasse l'altro vagoncino di un treno piccolissimo: Jhonatan Narváez, l'unico con cui condividere la gioia di un momento che nella storia dell’Ecuador era accaduto solo un’altra volta, nel 1996, con Jefferson Pérez nella marcia.

Un abbraccio sghembo, nel quale un Carapaz già disteso stringeva con forza il compagno a sé, il mento di Narváez sopra la sua spalla sinistra. In lacrime l’aiutante, sorridente il vincitore. «Una poesia declamata da un piccolo popolo», ha scritto Carapaz su Instagram. «Dedicata a chi ha creduto in me e nella follia di correre in bicicletta.»

Ha poi aggiunto che bisogna crederci sempre, questa è l'unica verità. Sta vivendo la fermata più felice della sua vita: per immaginare le prossime stazioni ci saranno tempo e nuovi viaggi.

 

A cura di Filippo Cauz e Leonardo Piccione.

 

 

 

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