Presente

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

In un’intervista rilasciata cinque anni fa, nel mezzo della ribalta seguita all’oro conquistato un mese prima a Rio, Elia Viviani si lanciò in un pronostico molto preciso. «Segnatevi i nomi di questi ragazzi» – disse – «perché a Tokyo saranno grandi protagonisti».

Seguiva un elenco di nomi aperto da tre dei quattro freschi campioni olimpici nell’inseguimento su strada. Mancava Jonathan Milan, che all’epoca non aveva ancora sedici anni, ma gli altri c’erano tutti. Viviani citò nell’ordine Ganna, Consonni, Lamon. Ma anche Bertazzo, Scartezzini, Coledan, Plebani.

Ci tenne a nominare tutti i suoi colleghi perché non gli pareva quasi vero, dopo tanti anni di solitudine, di poter condividere il progetto di rilancio del ciclismo su pista italiano con “un gruppo di amici e colleghi che si divertono”, come lo definì.

Viviani credeva fermamente nel progetto del commissario tecnico Marco Villa. Era convinto che la sua medaglia d’oro nell’omnium sarebbe stato un punto di partenza, non la voce di uno che grida nel deserto. Più che un pronostico, quella di Viviani era dunque una profezia destinata ad avverarsi: e si è avverata in scintillante pienezza nella storica giornata di ieri.

Ma Viviani non era andato a Tokyo da capitano non giocatore, da portabandiera spirituale (oltre che reale) della spedizione.

Aveva un titolo da difendere nel “suo” omnium, un risultato da cercare nonostante le difficoltà delle due ultime stagioni, questo anno e mezzo in cui ha vinto poco (tre successi in tutto) e si è spaventato un bel po' (un’operazione al cuore lo scorso gennaio). Al termine di una gara cominciata male, poi riacciuffata con la freddezza e l'astuzia dei giorni migliori, ha conquistato un terzo posto quasi impensabile dopo le prime due prove di questo omnium un po’ meno omnium della scorsa volta (quattro prove totali anziché sei).

È stato battuto solo dal britannico Matthew Walls e, nelle ultimissime battute della corsa a punti, dal neozelandese Campbell Stewart.

Questa medaglia di Elia Viviani ha un peso specifico enorme, superiore a quello nominale non perché il bronzo di per sé sia un metallo disprezzabile, tutt’altro, ma perché racchiude in sé allo stesso tempo l’enormità del riuscire a confermarsi e l’importanza dell'essere d'esempio.

Prima delle Olimpiadi del 2016, quando ancora non si sapeva se il quartetto dell’inseguimento italiano sarebbe partito per Rio (poi ci andò, e arrivò 6°), Ganna, Lamon e Consonni erano tra coloro che si alternavano nell’andare al velodromo di Montichiari per supportare Viviani nella sua preparazione. Stamattina erano sulle tribune dell’Izu Velodrome di Shizuoka, emozionati per il risultato niente affatto scontato di colui che nei fatti ha contribuito più di tutti ad aprire loro una strada, un passaggio nel mar Rosso che era il ciclismo su pista italiano qualche anno fa.

Sul suo profilo Instagram, mentre Viviani tornava sul podio olimpico a cinque anni di distanza, Francesco Lamon ha scritto “Il nostro profeta”; Simone Consonni ha commentato semplicemente con un “Classe”; Filippo Ganna ha aggiunto un sentito: “Grazie Elia”. Viviani da parte sua ha sintetizzato questa nuova grande giornata con una parola sola, l’aggettivo che racconta meglio di tutti il suo percorso e la sua olimpica tenacia: “Presente”.

 

A cura di Leonardo Piccione.

 

 

 

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