Un continuo su e giù

Al centro della t-shirt che Primoz Roglič indossa mentre atterra in stile Telemark sul podio olimpico campeggia una linea spezzata.

Questa linea forma tre punte, la centrale un po’ più alta delle laterali: è il profilo stilizzato del Monte Tricorno, cima più alta e monumento nazionale della Slovenia, luogo tanto importante da costituire lo stemma stesso del Paese e apparire in bella vista (in alto a sinistra) nella bandiera che i risultati del ciclismo di questi anni hanno reso via via più abituale.

Non è un’esclusiva di Roglič (tutti gli olimpionici sloveni hanno in bella mostra il Tricorno), tuttavia l’andamento della linea, il suo zigzagare tra alti e bassi, tra vette e abissi, è una sintesi particolarmente adeguata della traiettoria recente del campione di Trbovlje.

È come se Roglič portasse stampato sul petto un grafico riassuntivo delle sue due ultime stagioni, il su e giù di delusioni cocenti e pronti rimbalzi che l’hanno trasformato in un corridore in grado di suscitare un amplissimo spettro di emozioni in chi lo guarda, finalmente empatico dicono alcuni, lui che fino a pochi mesi fa era noto soprattutto per la sua ermeticità quasi scostante, per l’inaccessibilità di un carattere che chi lo conosce sostiene invece essere una continua nonché piacevole sorpresa.

Non possiamo dire di aver finalmente conosciuto il vero Roglič (ammesso che sia un nostro compito o diritto, quello di conoscere la verità degli atleti che seguiamo), ma è altrettanto innegabile che gli ultimi dodici mesi di competizioni abbiano rivelato un Roglič più fragile, più intellegibile e, di conseguenza, incommensurabilmente più vicino.

Tutto è cominciato lo scorso settembre, nel momento in cui, salendo tutto scalcagnato alla Planche des Belles Filles, Roglič ha tratteggiato suo malgrado la prima, clamorosa rottura nella linea della sua carriera di ciclista, che fino a quel momento era stata una retta orientata senza esitazioni verso l’alto.

Dieci mesi fa Roglič è stato protagonista di uno dei ribaltamenti più incredibili della storia del ciclismo, ed è un fatto che non si può cambiare. Ma ancora più rilevante è quello che è riuscito a fare dopo quella picchiata, invertendo immediatamente la rotta del suo grafico e impedendo che la narrazione della sua storia stagnasse troppo a lungo nei meandri della sconfitta. Due settimane dopo il disastro della Planche, Roglič ha vinto la Liegi-Bastogne-Liegi; poi, a novembre, la Vuelta.

Anziché smussare gli angoli degli estremi appena attraversati, come di solito accade dopo certi traumi, l’estate 2021 ha offerto a Roglič il biglietto per un secondo pazzo giro sull’ottovolante: la caduta a inizio Tour, le ferite, i cerotti, la solitudine in coda al gruppo, il grande obiettivo stagionale sfumato, il ritiro.

Oggi, ventiquattro giorni dopo la fine anticipata del suo Tour, il titolo olimpico a cronometro. Una crono stradominata, in cui ha rifilato più di un minuto a tutti gli avversari e che avrebbe prolungato chissà per quanto, se sul rettilineo del circuito del Fuji i commissari di gara non gli avessero fatto cenno che basta, i due giri erano finiti, poteva fermarsi.

Ironico come la cifra identificativa e in certo senso umanizzante di questo straordinario specialista della costanza sia diventata l’irregolarità delle circostanze che gli si parano davanti, e delle sensazioni che lui, affrontandole, produce. 

La linea spezzata sulla maglia di Roglič ci risulta più familiare di una retta inarrestabile proprio perché è un continuo su e giù: e così vanno il più delle volte le cose della vita. Il suo oro olimpico è allora una riposta ai guai che per loro natura capitano, un simbolo semplice e potente del respingimento delle avversità che si ripresentano.

È una nuova sublimazione del ritorno, il grande topos di questa parte di stagione ciclistica, magistralmente interpretato da Mark Cavendish durante il Tour de France e rafforzato oggi, oltre che da Roglič, dalla presenza accanto a lui sul podio di Tom Dumoulin e Rohan Dennis, altri due campioni alle prese di recente con turbamenti professionali ed esistenziali non di poco conto.

Non è un caso che Roglič, Dumoulin e Dennis (e poche ore prima di loro Annemiek van Vleuten, riscattatasi dominando la sua cronometro dagli errori di calcolo della prova in linea) abbiano ritrovato il meglio di sé in una prova contro il tempo – una delle più difficili e competitive degli ultimi anni – esercizio che per definizione richiede equilibrio interiore fuori dal comune, oltre che eccellenza assoluta in fatto di gambe.

I loro sorrisi nelle foto di oggi, medaglie al collo, sono di una luminosità contagiosa. Sono l’opposto della barbosa retorica dei superuomini: ci ricordano che siamo autorizzati a prenderci il tempo che serve, a sbagliare e riprovare; che raramente mancano le seconde occasioni, e che non siamo soli a cercare punti di equilibrio nelle nostre traiettorie altalenanti.

 

A cura di Leonardo Piccione.

 

 

 

 

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