[Vuelta 2021] Un gran bel gioco di prestigio

  • Di:
      >>  
     

    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Largo sulla destra della carreggiata, Roglič controlla la situazione senza affanno. Oddio, un minimo di affanno in realtà traspare dal suo aspetto: la bocca aperta, il capo ondeggiante, il passo non esattamente forsennato.

È l’ultima salita dell’ultima tappa in linea di una Vuelta in cui tutto ha fatto tranne che risparmiarsi, d’altronde, e ha tutte le ragioni del mondo per non dannarsi l’anima anche oggi. La vittoria della sua terza Vuelta consecutiva (su tre partecipazioni) non è in discussione. Non lo impensierisce Mas; Yates e Haig sono a distanza di sicurezza; López si è dileguato – letteralmente.

C’è in palio il successo di tappa, una tappa spettacolare, imprevedibile nello svolgimento, cinematografica nei colpi di scena. Sarebbe per lui la quarta vittoria parziale e il finale di tappa è, come molto spesso accade a queste latitudini, adattissimo alle sue caratteristiche.

Roglič è fatto per la Vuelta come i fagioli cannellini per il caldo gallego. Sa quando, dove e come fare per vincere; è, in altre parole, il più forte.

Dunque controlla. Non dedica nemmeno troppi sguardi ai suoi avversari, cosa invece che non rinuncia a fare Mas, che a un chilometro e settecento metri dall’arrivo si volta rapidamente alla sua sinistra, il tempo necessario a verificare che Haig e Yates sono sempre al loro posto e forse, con la coda dell’occhio, a intuire che sul lato opposto della sede stradala sta accadendo qualcosa.

Una macchiolina bianca, anzi più color carne che bianca (la sua maglia è aperta, il petto glabro al vento), è emersa da dietro a velocità doppia, al modo di una palla di cannone oppure – data la provenienza – di un tappo di champagne.

Clément Champoussin salta Roglič di netto e se ne va. Suo propellente è l’irriverenza: l’irriverenza del talento, dei ventitré anni ma soprattutto delle prime volte, della vittoria numero uno da professionista che lo attende in cima al monte Castro e che gli fa ballare la catenina a destra e a sinistra, tra un lembo e l’altro della divisa dell'AG2R.

Più che vederlo, i sorpassati lo percepiscono: sentono l’urlo belluino che accompagna e dà sostanza al suo stile disarticolato ma efficace. È una delle azioni più singolari e sorprendenti di questa stagione di grandi giri.

Uno dei componenti della fuga del mattino, Champoussin era stato raggiunto dal gruppetto di Roglič già all’imbocco dell’ultima salita. Sembrava spacciato, lì per lì. Si era staccato subito, era rientrato una prima volta, si era staccato di nuovo.

Ha detto dopo l’arrivo che il suo trucco è stato mettersi a ruota di Gino Mäder (il grandioso Gino Mäder di questa Vuelta, 5° in classifica generale, maglia di miglior giovane strappata niente meno che a Bernal) e farsi da lui riportare sul plotoncino dei migliori. Dopodiché, ha aggiunto, si è trattato semplicemente di sfruttare il rallentamento di Roglič e compagnia e andare «un peu plus vite».

La circostanza che la regia televisiva non abbia mostrato la fase preparatoria del suo dirompente allungo (non ha mostrato più di un momento-chiave di questa Vuelta, a dirla tutta) ha generato in molti la sensazione che Champoussin fosse spuntato per davvero dal nulla, materializzatosi alle spalle dei favoriti come un ologramma o un illusionista di fama.

Il Mago Champoussin – suona anche bene – capace di apparire e scomparire a suo piacimento. Che giocava a tennis e poi ha scoperto la bici; che prometteva molto e sta cominciando a mantenere; che ha un campionario di smorfie degno di alcuni suoi più celebri connazionali e forse addirittura del principe dell’espressività ciclistica degli ultimi anni, quel Fabio Aru che sta per smettere e di cui potrebbe raccogliere il testimone in fatto di malleabilità facciale.

Tra i modi possibili per inaugurare un palmares, Champoussin ne ha scelto uno di grande impatto. Al termine di una delle giornate che confermano la Vuelta nel suo status di più loca tra le corse di tre settimane, è stato il più loco di tutti: ha gabbato le telecamere e gli avversari, i telespettatori e le sue stesse gambe, che pensavano di essere finite e invece avevano in canna un gran bel gioco di prestigio.

 

Testo: Leonardo Piccione
Foto in copertina: AG2R Citroën - Getty Images

 

 

 

 

 

 

 

 

Categoria: