Dear Simon

Sono diversi anni che nel ciclismo circola una via di mezzo tra ammonimento e presa di coscienza: bisognerà abituarsi a carriere molto più brevi, si sente dire. È qualcosa a cui ormai siamo tutti preparati, una conseguenza inevitabile degli sport quando vogliono aumentare copiosamente fatturato e prestazioni. Non è bello, non ne condivido parecchi aspetti, ma credo che mi abituerò anche a questo, a patto che questo cambiamento avvenga rispettando la salute e il benessere delle persone coinvolte.
C'è una cosa a cui però non credo che mi abituerò mai: le conclusioni improvvise.
Con una scarna ma sincera letterina pubblicata sul sito della sua squadra, ieri mattina Simon Yates ha annunciato l'immediato ritiro dal ciclismo professionistico. Non una notizia da poco, considerando il protagonista. Yates è uno dei nomi più importanti delle grandi corse a tappe degli ultimi dieci anni, capace di vincere tappe e maglie importanti in tutti e tre i grandi giri. È uno che soltanto lo scorso anno ha vinto il Giro e una tappa al Tour. E per quanto fosse ancora un corridore di primissimo livello, si ritira a 33 anni e mezzo, il che lo esclude dai casi di prematurità.
Ma è il tempismo che colpisce. Un fulmine a ciel sereno in una gelida mattinata di inverno, coi corridori in attività impegnati a pedalare, preparare la nuova stagione e sottostare a interminabili servizi fotografici sulle coste della Spagna meridionale.
Non negherò che questa saetta mi ha colpito a fondo. D'altronde era stato lo stesso corridore britannico a trafiggermi il cuore, in maniera assai più dolce, con le sue imprese sulle strade. Simon Yates è stato verosimilmente il mio scalatore preferito dell'ultimo decennio.
Un corridore dallo stile eccelso (difficile trovarne altri più eleganti nello scatto in salita). Uno che non lesinava mai l'attacco, seppur cresciuto in quell'epoca appena conclusa in cui i dogmi del ciclismo dicevano i risparmiare ogni energia, di aspettare di vedere lo striscione d'arrivo o poco più. Un corridore umanissimo, che non nascondeva né l'ambizione smodata né la costante delusione in ognuna delle – numerose – occasioni in cui si era posto sogni che avevano un passo ben più lungo delle sue gambe.
Simon Yates è stato un utopista in bicicletta, e come tutti gli utopisti ha scritto il futuro pur essendone quasi sempre sconfitto. Come tutti gli utopisti, ancora, ha accolto quelle sconfitte come una naturale conseguenza dell'aver sognato l'impossibile, perché il sublime si trovava nell'aver inseguito quell'orizzonte più che nel raggiungerlo.
Lo Yates del 2018 e del 2019, quello che si prese le scene in maniera così dirompente, con quel Giro affrontato senza freni, attaccando in ogni occasione buona, rendendo quasi stroboscopico il rosa di una maglia che su di lui appariva ancora più brillante, fu l'apice di questo modo di correre e di vivere le corse.
Ne seguirono alcune magnifiche vittorie e dei tonfi ancor più assordanti. È inevitabile ripensare al torrido pomeriggio sul Colle delle Finestre nel 2018, o alla discesa interrotta dall'Iseran al Tour del 2019 che regalò la maglia gialla a Egan Bernal ma lo privò dell'impresa di una terza tappa di montagna vinta in una settimana. Ma penso anche al Blockhaus del 2022, quando Yates era venuto per vincere il Giro e finì per prendere un'imbarcata di undici minuti al primo arrivo in salita (per poi consolarsi scolandosi un'intera bottiglia di rosso a cena, come ricorda qualche suo collega).
Per tanti anni ci si è ricordati più delle sue sconfitte che delle sue vittorie, le stesse che lui ha archiviato conservando in un armadio ogni maglia con cui aveva vinto una corsa. Era come se i successi faticassero a uscire da quell'armadio, ma forse è stata anche questa forma di modestia che ha preservato Simon Yates dal diventare ciò che non era, dal perdere la sua ordinaria (benché utopica) umanità.
La notizia del suo ritiro, sulle cui ragioni oggi in tanti si interrogano, ha sì lasciato sorpresi ma a ben guardare non stupisce che abbia scelto di chiudere così. Diversissimo dal gemello Adam (da cui è quasi indistinguibile alla vista) fino all'ultimo giorno di carriera: uno conservatore e l'altro sempre all'attacco, uno che ha saputo adattarsi a una dimensione di gregario di lusso in cui l'altro non è mai sembrato in grado di calarsi.
Alla fine, Simon si è alzato sui pedali e se n'è andato in maniera spettacolare, come sua abitudine, verso una vita diversa. Come ha scritto nella sua lettera, "con orgoglio e un senso di pace".
Vincendo il Giro lo scorso maggio, Simon ha chiuso un cerchio cominciato sulle stesse salite otto anni prima. E per quanto la sua vittoria sia stata esaltante, sia dal punto di vista umano che da quello sportivo, il mio ricordo tornerà sempre alla diciannovesima tappa del Giro del 2018, quando Yates era partito in maglia rosa con più di tre minuti di vantaggio su Froome per poi venire distrutto dalla spossatezza e dal diabolico piano tattico messo in atto dal capitano della Sky. Un pomeriggio in cui Yates crollò dal primo al diciassettesimo posto in classifica, vanificando in poche ore quanto fatto in quasi tre settimane.
Quel giorno ero salito all'arrivo sulla Jafferau con largo anticipo per via di una complicata logistica di tappa, e avevo seguito su uno schermo televisivo l'intera epopea: la lunga fuga di Froome, il disastroso inseguimento di Dumoulin, Pinot e Reichenbach con Carapaz e López… e solo idealmente la deriva di un Simon Yates abbandonato persino dalle telecamere. Così nel tripudio di arrivo e premiazione della nuova maglia rosa, avevo deciso di aspettarlo, non importa quanto tempo ci volesse.
Mentre quasi tutti sciamavano verso un piccolo e scarno palchetto allestito per il cerimoniale, ero rimasto per diversi minuti in mezzo al rettilineo sterrato dopo l'arrivo, insieme a un paio di giornalisti e ai massaggiatori della Mitchelton. Il loro silenzio era surreale, la commozione palpabile. Eppure Yates era arrivato stravolto, malato, deluso ma in alcun modo sconfitto. Anche nel giorno del suo crollo più fragoroso, il suo sguardo era ancora saldo verso l'orizzonte.
La sera avevamo scritto questo pezzetto per la rubrica Pédali di Rosa, con cui commentavamo il Giro quell'anno:
In cima allo Jafferau Simon Yates in cabinovia ci sarebbe arrivato ben volentieri, la coda per accedere alla Bardonecchia - Fregiusia era un fastidio tollerabile. Sempre più tollerabile nel corso della giornata, dopo che i chilometri finali del Finestre gli erano bastati per scivolare dalla terra battuta al fango. Imprigionato in gambe indigeste, schiacciato dalla rincorsa della Sky di Chris Froome e dei rivali per la maglia rosa verso il trionfo. Quando Froome ha attaccato, Yates non lo ha nemmeno visto, aveva già chinato il capo, avevo già perso il proprio sguardo nel rosa che gli fasciava il corpo da giorni, cercando di perdere lo sguardo negli intestini, nel ruminare gli ultimi sogni che svaniscono.
Quando ha rialzato il capo era solo, o quasi. Ha cercato il conforto nei colori che stavano sotto al suo rosa, nel giallonero dei compagni di squadra che tacitamente quel sogno rosa lo avevano adottato. Nella sua lunga agonia a pedali, sono i corridori della Mitchelton a farsi cabina, a circondarlo e difenderlo dalle intemperie come fossero un impianto di risalita, lento ma solido. E tutti insieme sono arrivati sullo Jafferau. Tutti tranne Esteban Chaves, che il traguardo lo ha tagliato 5' dopo, il sorriso scomparso, annegato in una pozzanghera di lacrime.
La sconfitta di Yates ricorda la sua, a qualche giorno di distanza, e anche le conclusioni della maglia rosa ormai ex. «Sono davvero stremato, ma è andata così. È solo una corsa in bicicletta, ho provato ad andare più forte che potevo, ma ero estremamente esausto». È la stanchezza la compagna di Simon Yates, ed è la stanchezza che avvolge tutti sullo Jafferau al termine di una giornata che ci si ricorderà a lungo, e per ricordarsela bisognerà aver faticato.
Yates affonda la sua spossatezza in un sorriso, abbraccia i suoceri e prende per mano la fidanzata con cui si incammina verso la cabinovia tanto agognata, non sembra nemmeno più stanco ora: accolto, stimato, libero. Al suo arrivo sul piazzale tutta la coda si apre in un applauso, per far passare il protagonista che non si è mai visto di questa tappa di imprese. Una giornata la cui memoria sarà dolce anche per chi è sconfitto.
La vita di Simon Yates da oggi la immagino esattamente come quella breve camminata verso la cabinovia, mano nella mano con la fidanzata, con ancora il casco e pantaloncini orlati di rosa. A passo lento e animo leggero, nonostante la sgradevole conclusione di quella che, in ogni caso, era "solo una corsa in bicicletta".
[PS: Quando arrivarono sul piazzale, imballato di folla che attendeva una cabina per scendere a Bardonecchia, il pubblico lo riconobbe subito e si aprì in due ali per lasciarlo passare davanti alla fila. Fu il toccante omaggio a chi aveva – e avrebbe – illuminato d'amore il Giro d'Italia. Fu anche un bel favore per me, che li stavo seguendo e osservando e non persi occasione per sventolare il mio pass e infilarmi a ruota risparmiandomi un'ora di coda. Grazie di tutto, Simon, anche di avermi fatto saltare la fila].

Testo di Filippo Cauz.
La foto di apertura è l'arrivo vittorioso di Yates a Torino alla quattordicesima tappa del Giro 2022, ed è stata scattata da Tornanti.cc
La foto in chiusura è la camminata di Simon verso la cabinovia dello Jafferau, scattata con il cellulare da Filippo Cauz.



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