[Roubaix 2021] La Roubaix fa rumore

Ogni gara ciclistica ha il suo suono, uguale alla sorgente ma differente a seconda del riverbero ambientale. Alla base c'è sempre il frrrrssssccchhh delle ruote che girano, inframezzato il più delle volte dal kreeeeeeek dei freni e dal brrrrrruumm di moto e ammiraglie.

È il soundscape di tutte le corse, su cui s’innestano di volta in volta le urla dei tifosi, le voci dei corridori, i clacson, le trombette. Alla Parigi-Roubaix, però, e soltanto alla Parigi-Roubaix, il campionario di suoni è più ricco, più variegato. La Roubaix è una corsa che fa rumore. Anzi, rumori.

Fa sdeghedeghedeng ogni volta che le ruote sobbalzano sulle pietre; swufffff quando deviano sui corridoi di erba laterali. Un tubolare che si sgonfia è il più classico degli pfffffff, cui fa seguito il tacutacutacu del cerchione afflosciato sulle pietre.

Qualche volta la Roubaix fa sguasssshhh: accade quando, come oggi, i settori di pavé vengono invasi dalla pioggia, e le biciclette si ritrovano a fendere le pozze di fango come rompighiaccio in un mare torbido, non prima di essere state precedute da indistinguibili grida, come di battaglia, provenienti dal gruppo o da quel che di esso resta.

Ogni Roubaix rimbomba dello sbadaradang dei ruzzoloni, che quando va bene capitano a chi ti sta davanti o dietro (fiuuuuu), ma che se non rientri nelle capricciose grazie degli dei del Nord sono i tuoi: sei tu l’origine del fracasso, del rimbalzo di muscoli e bestemmie che corrobora la colonna sonora della Roubaix.

Stefan Küng è caduto tre volte nei primi cento chilometri. La corsa di Peter Sagan è stata condizionata da una scivolata a 135 chilometri dall’arrivo. John Degenkolb, a terra nel settore 24, è stato fortunosamente dribblato da colleghi e motociclette. Mads Pedersen si è ritirato dopo aver centrato in pieno Luke Rowe, appena rimessosi in sella dopo una foratura, ed essere caduto malamente a sua volta. L’acrobatica sfiga di Sep Vanmarcke l’ha fatto finire nell’erba in uno dei rari momenti di calma (apparente) di questa Roubaix, nel settore 16. E poi Gianni Moscon.

Moscon è uno che la Roubaix la conosce bene: ha disputato le ultime quattro edizioni consecutive, le ha terminate tutte, una volta è arrivato 5°. Ignorava, fino a questo pomeriggio, che i suoni più sinistri della Roubaix non di rado si combinano tra loro, trasformandosi in una dannata sinfonia di perdizione. Pffffff. Tacutacutacu. Sbadaradang.

Nell'arco di otto minuti, quando era davanti a tutti, involato verso la grande impresa, Moscon ha forato, ha cambiato bici, poi è caduto. Nel settore 6, da Bourghelles a Wannehain, è stato risucchiato dal terzetto di esordienti che di lì a poco si sarebbe giocato la vittoria.

Swishhhh. Moscon percepiva svolazzare al suo fianco la maglia biancazzurra di Sonny Colbrelli. In teoria biancazzurra, perché in realtà il campione europeo vestiva la stessa uniforme color pantegana sfoggiata da tutti gli altri, una fetida corazza che affratellava i corridori al punto di renderli distinguibili solo grazie a certi dettagli minori: le labbra più rosse, gli occhiali più spessi, il caschetto più storto. Sulla guancia sinistra di Wout Van Aert, attardato rispetto ai migliori, un rivolo di sudore tratteggiava una specie di lacrima nel fango.

Era, questa sostanza, una mistura di terra, polvere, fili d’erba ed escrementi di mucca, orrendo intruglio che ha mandato in tilt lo stomaco di Matteo Jorgenson, uno dei fuggitivi del mattino, scusatosi pubblicamente con gli spettatori che per due volte l’hanno visto fermarsi a bordo strada in preda a fitte addominali.

Davanti, a giocarsi la vittoria con Colbrelli ci sono Mathieu van der Poel, talento universale ed esordiente più atteso, e Florian Vermeersch, ex ciclocrossista ed esordiente più sorprendente. Dalla vittoria di Germain Derycke (nel 1953) ad oggi, nessun corridore è stato in grado di vincere la Roubaix alla sua prima partecipazione. Di colpo possono farlo in tre: il concerto delle pietre diventa la finale di un talent-show, i debuttanti alla presa ciascuno col suo inedito.

Colbrelli dà l’impressione – ammesso che guardando la scultura d’argilla che è il suo volto si possano ricavare impressioni – di essere il più a suo agio di tutti. Concentrato dal primo chilometro, non ha sbagliato una mossa. Ha atteso quando c’era da attendere, ha forzato quando c’era da forzare, è rimasto sempre in equilibrio.

È un uomo in missione, un agente vicino alla risoluzione del caso. Sembra il detective James Crockett, detto Sonny, il personaggio di Miami Vice interpretato da Don Johnson di cui suo padre Federico era grande fan.

L’ultima puntata di Miami Vice andò in onda in Italia nel 1990: quello stesso anno la famiglia Colbrelli di Casto ebbe un figlio. Nome: Sonny. Passioni: calcio, sci, pesca. La prima bicicletta ottenuta con una raccolta punti al supermercato. Una carriera da ciclista più che onesta, miglioramenti ogni anno ma acuti mica tanti, qualcosa come quaranta secondi posti e la serpeggiante fama di eterno piazzato. Poi, quest’anno, la svolta.

Tappe al Romandia e al Delfinato, campione d’Italia e d’Europa, punto di riferimento dell’Italia al mondiale. Come Crockett, Sonny Colbrelli è uomo di poche parole. La scorza di duro, la familiarità col cattivo tempo e con le cose quando si fanno toste, celano una sensibilità che è esplosa, materializzandosi, nel velodromo di Roubaix, sul lato interno della pista del velodromo di Roubaix, là dove si è riversato come in preda a convulsioni di gioia.

Poco lontano da lui stava disteso immobile Van der Poel, battuto nello sprint finale anche da Vermeersch, 22 anni, più giovane sul podio della Regina delle classiche dai tempi di Boonen (2002).

L’urlo di Colbrelli intanto si prolungava, mutando tonalità, fondendosi con gli applausi grati del pubblico e componendo così la traccia conclusiva della compilation di questa giornata in cui, citando Mario Fossati, la Roubaix «ha riportato il ciclismo alla leggenda cui, forse, sopravvive».

La ricorderemo a lungo, questa Roubaix di fango e rumori sordi; di limiti raggiunti e scavalcati; di tensione e di eccessi, eccessi che – sosteneva Henri Desgrange – permettono l'identificazione. Le presenti generazioni di appassionati di ciclismo hanno goduto in questo weekend di corse identificative di quest’epoca, corse che ci verranno in mente tra le prime quando un giorno racconteremo a qualcuno che passavamo pomeriggi interi a guardare anacronistiche gare di biciclette.

E verrà in mente anche a Tom Paquot, esordiente come Colbrelli, Van der Poel e Vermeersch, arrivato fuori tempo massimo dopo 150 chilometri da solo, gli ultimi 50 senza rifornimenti. «Ho pianto di più nel finale di oggi che negli ultimi due anni della mia vita», ha detto Paquot dopo il traguardo, assaporando l'accoglienza del sole tornato a splendere su Roubaix, almeno per un po’.

 

(Testo a cura di Filippo Cauz e Leonardo Piccione. Foto in copertina: Tornanti.cc)

 

 

 

 

 

 

 

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