La versione di Pogi

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Domenica mattina, scorrendo un po’ di commenti post-Lombardia, mi sono soffermato su un tweet in particolare.

Si tratta di un’osservazione del giornalista irlandese Cillian Kelly, il quale fa notare come, sebbene Tadej Pogačar abbia coronato a Bergamo una delle stagioni migliori della storia del ciclismo, conclusa con in carniere un Tour de France, una Liegi, un Lombardia, una medaglia olimpica e diverse altre cose, la sensazione è che le sue vittorie non siano state la "storia centrale" di un anno dominato piuttosto da Alaphilippe e dai Vans (termine in cui Kelly accorpa Wout van Aert e Mathieu van der Poel).

In una delle risposte al tweet iniziale, Kelly chiarisce il senso del “dominio” di cui parla, che non ha a che vedere in senso stretto con i risultati (rispetto ai quali nessuno evidentemente ha fatto meglio di Pogačar), ma con la capacità di generare hype, suscitare articoli di giornale, catalizzare l’interesse mediatico, occupare i discorsi dei tifosi. Detto altrimenti, di indirizzare la narrazione.

Mi sembra ci sia del vero in questa osservazione: in linea generale, quest’anno abbiamo parlato, scritto e chiacchierato poco di Pogačar, o comunque in misura non proporzionale alla portata delle sue imprese.

Mi sono fatto l’idea, pensandoci, che questa circostanza non sia una nostra mancanza, una specie di non meglio specificata pigrizia o di ostracismo nei confronti del fenomeno sloveno. Il problema – ammesso che di problema si tratti – è che, rispetto a quelli degli altri grandissimi del ciclismo contemporaneo, l’arco narrativo di Tadej Pogačar appare debole.

Tanto per cominciare, da un certo punto in poi l’intreccio delle corsa-simbolo della stagione di Pogačar è stato fin troppo lineare. Di più: la trama principale del Tour de France 2021 si è risolta nel momento in cui Tadej ha indossato per la prima volta la maglia gialla (tappa numero 8).

Il resto della corsa è stato in fatto di classifica generale un dominio senza storia, ragion per cui in futuro ci ricorderemo della Grande Boucle 2021 molto più per certe trame secondarie (la commozione di Van der Poel, la multidisciplinarietà di Van Aert, il ritorno di Cavendish), che per la superiorità indiscussa di Pogačar. 

L'assenza di un antagonista è insomma un bug assai serio nella costruzione di una storia, e sarebbe un bene per lo stesso Pogačar – oltre che per noi spettatori – se l’anno prossimo Roglič e/o Bernal gli rendessero la vita più difficile. Ma non basta. 

Talvolta si può ovviare all’assenza di antagonisti con un surplus di motivazioni da parte del protagonista, impegnato in imprese che assumono per lui un valore quasi escatologico. Egli in questo caso non combatte più solo per se stesso, ma per un’idea più alta, che lo trascende.

Julian Alaphilippe è il classico esempio di corridore che sembra sempre gareggiare per qualcosa di infinitamente più importante di una gara di biciclette: vince per suo padre, vince per suo figlio, vince per il suo passato di sacrifici.

Van Aert e Van der Poel, nella loro diversità, sono incarnazioni di un’idea molto classica di predestinazione, di talento che attraverso i loro corpi (e la loro rivalità) si trasforma in desiderio di pienezza assoluta. Con Bernal si sfocia quasi in territorio mistico, come spesso accade con i grandi campioni sudamericani, che in qualche misura assurgono tutti al ruolo di redentori di popoli interi.

Ciascuno di essi è a suo modo consapevole della rispettiva missione.

Nulla di paragonabile per Pogačar, che pare invece mosso da motivazioni, diciamo così, meno elaborate. Come ha sintetizzato in una delle risposte al tweet di Cillian Kelly l’utente Chris Connolly, “Pogačar è mondanamente brillante ed efficiente”.

Prendiamo, a titolo di esempio, la conferenza stampa seguita alla vittoria dell’ultimo Giro di Lombardia. La prima domanda fatta al vincitore chiedeva un commento riassuntivo sull’annata appena conclusa e un altro sull’aver raggiunto Fausto Coppi ed Eddy Merckx nella lista di corridori capaci di vincere due classiche-monumento e un grande giro nella stessa stagione.

Pogačar ha risposto «Just an amazing year» alla prima, e ha glissato sulla seconda. La questione del confronto con i più grandi della storia del ciclismo gli è stata riproposta alcuni minuti dopo: con la pacatezza di sempre, Tadej ha risposto senza giri di parole che alla storia non ci pensa nemmeno un po’. 

«I just like racing», ha detto. Semplicemente mi piace correre.

«Mi piacciono le corse di tre giorni» ha continuato «e poi quelle di una settimana, i grandi giri e anche molto quelle di un giorno». Ha aggiunto che non ha sogni particolari per la sua carriera, se non quello di «continuare a divertirmi gareggiando». Pogačar – questo lo sapevamo già – non ha nemmeno mai avuto idoli ciclistici.

La sua asetticità rispetto alla storia del ciclismo e ai suoi nomi è in aperto contrasto con la visione delle cose del già citato Bernal, tanto per fare un esempio, che in un’altra delle conferenze stampa da ricordare di questa stagione – quella finale del Giro d’Italia – disse di come per lui siano importanti la storia, la tradizione delle corse, il valore simbolico dei luoghi e delle parole.

Ma il punto qui non è evidenziare salutari diversità di vedute. La questione è che l’approccio di Pogačar al ciclismo è di un minimalismo disarmante.

Un "correre per correre" che può essere di una raffinata semplicità concettuale, se vogliamo, ma che non è esattamente un proposito in grado di scaldare le folle. Non è un caso che, sempre tra le risposte al tweet di cui sopra, un altro utente faccia notare che lo sloveno non sia una calamita di fans lungo le strade: «Cosa ha Pogačar di interessante o carismatico?»

Per ora sappiamo che Pogačar di “interessante” ha un talento fuori scala e una capacità di lettura delle corse che gli permette di trarre da esso il massimo. Sappiamo che è un ragazzo sorridente, molto innamorato del suo mestiere e di Urška Zigart, la sua promessa sposa, i soli due argomenti dei suoi post Instagram.

Ha tutto il tempo per raccontarci altro di sé, se ne avrà voglia: è nato nel 1998, e sono passati appena tredici mesi dall’inizio del suo regno. Se invece non ne avrà voglia, se non sarà cioè interessato ad aggiungere altri strati sopra (o sotto) quello del campione, ci accontenteremo di ammirare semplicemente la sua spettacolare efficienza ciclistica.

In tutto ciò, c'è una cosa che vien voglia di augurare a Pogačar (e a noi che cerchiamo di raccontarne le gesta) ancor più di intrecci avvincenti, antagonisti agguerriti e motivazioni supplementari: che abbia un momento di difficoltà. Che conosca un passaggio a vuoto, che perda una corsa in cui era favorito, che commetta un errore di valutazione.

Se c’è infatti un elemento che accomuna tutti i corridori citati in questo articolo, e nello specifico i “dominatori” della stagione secondo il tweet di Kelly, è la fragilità che essi hanno talvolta palesato.

Alaphilippe, Van Aert e Van der Poel (e Bernal, e Roglič – forse soprattutto Roglič) hanno avuto nella loro grandezza almeno un passaggio in cui hanno fallito. Hanno mostrato il loro lato umano: sono scesi al nostro livello, avvicinandoci così a loro.

È la funzione che nello schema generale di una fiaba proposto da Propp si definisce “danneggiamento” o “mancanza”, e che prelude alle peripezie dell'eroe.

Pogačar è apparso in questo primissimo scorcio di carriera immune alle mancanze. Non è mai stato preda di sconforto, rabbia, sfinimento, crisi verticali, emozioni forti; non l'abbiamo mai visto in lacrime.

Candido di pelle e di divisa, sta sospeso in un empireo di perfezione, come separato di una dimensione da tutti i suoi rivali. Mentre lo scrivo, penso che questa dopotutto è la condizione che accomuna i fuoriclasse assoluti, destinati a segnare un'epoca del loro sport, che degli schemi tendono a farsi beffe.

 

Articolo a cura di Leonardo Piccione, autore anche della raccolta "Mai burlarsi di un drago vivo", dedicata interamente agli eventi del Tour de France 2021. Foto in copertina: Il Lombardia/Marco Alpozzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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