Un giorno a Filottrano

A due anni dalla scomparsa di Michele Scarponi proponiamo in versione digitale il reportage da Filottrano realizzato nel maggio del 2018 da Leonardo Piccione e Filippo Cauz, e pubblicato per la prima volta all'interno del volume "Chissà che l'utopia non vinca".

 

La provinciale Osimo-Filottrano si srotola con destrezza tra le colline marchigiane. Ogni curva introduce a uno scorcio diverso dal precedente: una svolta a destra ed ecco che nuovi casolari punteggiano i declivi a nord-est; una a sinistra e tutto cambia: la vista di prima è svanita, occlusa fatalmente da un querceto, in compenso si è aperto un nuovo fronte a occidente.

Ritagli contigui di verde rattoppano l’orizzonte: brillante, oliva, bottiglia, come fossero appunti sul libro dei colori di un sarto, una giacca con questo e un cappello con quest’altro. Invece sono curatissimi campi di grano. Nel lembo finale di quello più prossimo alla strada il vento di maggio solleva l’erba in onde ritmate. Un trattore attende all’ombra di un cedro che qualcuno esca dalla casetta giallastra e lo metta in moto. Sul balcone, un lenzuolo bianco: “Bentornata Corsa Rosa”.

Il paese è poco oltre, si presenta con l’apparenza umile e fiera di una delle sue numerose frazioni, solo più grande. Nella piazza centrale l’attesa dell’evento è dentro le vetrine dei negozi – addobbate – e nelle sporte – rosa – di due donne di una certa età appena uscite dall’emporio. 

«Il Giro lo guardo perché mi fa compagnia, anche se è una cosa da uomini», afferma una. «Quest’anno passa di qui e tutti parlano del nostro ciclista», aggiunge l’altra. «È bello, ma presto si dimenticheranno anche di lui. La verità è che bisogna voler bene alle persone quando sono in mezzo a noi».

Marco Scarponi sopraggiunge quando le due signore sono già sfumate nell’ombra di una stradina in discesa. La barba – folta, qualche accenno di canizie ad ingentilirne l’incoltezza – lo introduce più distintamente del maglioncino rosso che indossa. 

La primavera se la prende comoda, certe volte, ma il Giro no: domani è il giorno. La corsa sta per arrivare e Marco è richiesto da mille impegni. Si è preso qualche giorno di pausa dal lavoro di assistenza ai disabili e da una famiglia fattasi improvvisamente più affollata per dedicarsi alle incombenze mediatiche. Tv e giornali vogliono un’intervista con lui. Il fratello.

Marco non ama troppo tutte le attenzioni che il mondo dedica alla sua famiglia da un anno, ma sta provando a convertire i riflettori in megafoni. Ogni occasione è buona per raccontare qualcosa della Fondazione Michele Scarponi, nata l’otto di maggio, giorno di San Michele, patrono di Filottrano. Un progetto nato per tutelare la memoria di Michele, al quale è stata anche dedicata anche una Granfondo che si disputa sulle strade imbrecciate su cui amava allenarsi.

L’idea della famiglia è di provare a trarre qualcosa di utile da una tragedia senza senso, seguendo lo spirito che aveva caratterizzato la fase finale della carriera di Michele: sacrificarsi per una vittoria di gruppo. La Fondazione vuole far tornare le strade un luogo di vita, a misura d’uomo e di ciclista. Marco ha le idee chiare su come raggiungere quest’obiettivo, e a sostenerle c’è una forza che traspare da ogni sua parola.

Si è ritagliato un paio d’ore per noi, oggi. Gli abbiamo chiesto di accompagnarci in un giro per Filottrano, attraverso i luoghi che Michele ha vissuto dal primo all’ultimo giorno. 

Il sedile posteriore della sua auto è un caotico museo di maglie Astana, volantini e disegni: questi ultimi li hanno fatti i bambini della scuola elementare di Filottrano, e Marco vorrebbe mostrarne alcuni al Processo alla Tappa. Samuele ad esempio ha disegnato una bici azzurra sopra un prato verde, il sole in alto a destra e un titolo essenziale: “La bici di Michele”.

«Di solito chi viene a trovarmi lo porto prima al cimitero. È lì che sta Michele, fisicamente». L’avverbio lo pronuncia con un tono differente, come se volesse comunicare un’increspatura nella realtà. Fisicamente

Michele è assente e presente allo stesso tempo; sta in un luogo preciso e sta in tutte le strade del paese. Diventa difficile capire dove “andarlo a trovare”, se il posto più appropriato sia effettivamente questo ordinario cimitero di paese, nella cappella di famiglia. 

Il loculo più in alto è occupato da nonno Marino, capostipite e iniziatore delle passioni: «Fu il primo contadino del paese a possedere un trattore, e il primo della nostra famiglia ad appassionarsi seriamente allo sport. Seguiva ciclismo e boxe, soprattutto. Gli piacevano talmente tanto che pure il calcio lo guardava come se fosse uno sport individuale: diceva di tifare per la Sampdoria, ma in realtà tifava per Roberto Mancini».

Fu proprio una conoscenza a due ruote a calmare un poco il piccolo Michele: «Nessuno sport sembrava poter esaurire le energie che aveva in corpo. Iniziò col calcio, ma il pallone non lo impegnava veramente a fondo. Poi un giorno un amico di famiglia propose al babbo di iscriverlo a un corso di ciclismo. E allora capimmo che esisteva per davvero qualcosa in grado di stremarlo: la bicicletta».

Pochi metri sotto quella di nonno Marino, la lapide di Michele è a malapena leggibile, sommersa com’è di fiori e oggetti di ogni tipo. Un libro di favole per bambini. Una borraccia. La foto dell’ultima vittoria, al Tour of the Alps, in mezzo a decine di altre foto. In quasi tutte, Michele appare sinceramente allegro.

«Perché è sempre stato così. Totalmente disponibile. Bastava cenare una sola volta con lui per ricordarselo per sempre. Anche adesso, guardatelo: accoglie tutti con un sorriso». 

C’è un accenno di sorriso anche sul viso di Marco, mentre saluta Michele con un pugnetto dritto sul marmo di questa tomba che sembra volersi agitare, continuare a sprizzare vita. Un saluto da ragazzi, da fratello maggiore. Quasi un ci vediamo dopo.

Oltre ad essere fratello (di Michele e di Silvia, calciatrice), Marco è anche padre (di Attilio, Elena e Stella), zio (dei gemelli Giacomo e Tommaso) e figlio. I suoi genitori sono oggi entrambi in pensione. Il signor Giacomo ha lavorato per le autostrade; la signora Flavia è stata per molti anni impiegata nel tessile, il settore che dal secondo dopoguerra in poi è riuscito a smuovere l’economia locale dall’antico baricentro agricolo al più stabile approdo industriale. 

Vivono nella frazione di Cantalupo, in un quieto casolare con cortile dove Marco e Michele sono cresciuti giocando e correndo. «In primavera facciamo giardinaggio, più che altro», si affretta a specificare la mamma sfilandosi i guanti da lavoro. «Ma fra un po’ sarà il tempo dei cocomeri e dei meloni, allora ci sarà molto di più da fare».

Non ci siamo mai visti prima, ma i coniugi Scarponi ci accolgono in casa come fossimo vecchi amici. Ci troviamo invitati in salotto senza nemmeno il tempo di sfilarci gli occhiali da sole. 

«In questa situazione non c’è qualcosa che ci dia veramente conforto», comincia a spiegarci Flavia. «Ma c’è qualcuno. Ci sono tutti quelli che passano ad abbracciarci e a dirci quanto volevano bene a Michele. Ieri al cimitero abbiamo incontrato una coppia venuta apposta da Modena. Tutto questo affetto è incredibile».

Come tutto ciò che appartiene a questa storia dagli echi contadini, casa Scarponi è un luogo semplice e denso di memoria. Ma la casa in cui Michele è cresciuto non è diventata un museo: i suoi oggetti, i suoi ricordi, non sono esposti né incorniciati. Sono presenze caotiche, energia viva che ancora emana dalla quotidianità del campione. 

La Wilier del Giro 2011 (quello che Michele non sentiva granché suo) è parcheggiata dentro una stanza tappezzata di fotografie. Foto di matrimoni: quello eccentrico di Marco e quello classico di Michele, “il tradizionalista”; foto di pranzi di Natale e – ovviamente – del pappagallo Frankje

«La sua storia ormai la conoscono tutti, ma fa sempre impressione pensarci», continua Flavia. «Si può dire che il vero hobby del proprietario di Frankje sia ripagare i danni del pappagallo. Ed è stato così anche con Michele: all’inizio lo attaccava, gli beccava il caschetto. Poi sono diventati amici inseparabili... Con gli stessi colori poi! Come si fa a dire che non sia un segno di qualcosa? Ma adesso andiamo in cucina, sta uscendo il caffè».

Fuori, un’improvvisa schiera di nuvole tace un poco il sole, riducendo l’intensità di tutti i verdi della campagna. Ma la luce del mezzogiorno è piena, entra dal balcone e punta decisa il tavolo, è un riflettore sulle mani senza pace della signora Flavia. Mentre racconta l’inquietudine di questi mesi, le sue dita si stringono, piegano e stropicciano il centrino, strofinano con insistenza il tavolo.

«Vorrei poter essere arrabbiata, ma con chi? Non avrebbe senso. Michele non ce lo ridà comunque nessuno. Giacomo (uno dei gemelli, nda), lui sì che è arrabbiato. È arrabbiato con il suo papà per non averlo salutato prima che uscisse ad allenarsi, quella mattina. Per mesi ha continuato a chiedere perché non facessimo più la solita strada per Senigallia, finché un sabato la mamma l’ha portato a quel maledetto incrocio e gli ha spiegato per bene cosa è successo. Che altro si può fare?».

È trascorso più di un anno da quel 22 aprile, ma la violenza della morte di Michele continua a lasciare lividi. Riaffiora ad ogni ricordo; riesplode al pensiero del fotografo che non ha avuto ritegno nel fermarsi per strada ad immortalare un uomo, un marito e un padre appena ucciso. Il giorno dopo, quelle immagini erano su tutti i giornali. «Una violenza doppia, ingiusta e inumana». 

Per quanto tenuto sottotraccia, il dolore ancora arde sotto la cenere. Diventa quasi rabbia, ripensando alle troppe cose senza senso che hanno segnato questa vicenda. La famiglia ricorda con dispiacere il modo in cui è stata lasciata sola il giorno della tragedia, uno degli aspetti delle morti stradali su cui la Fondazione ha la ferma intenzione di lavorare. Perché gli Scarponi hanno saputo trovare la tutela per il proprio dolore in una ricca rete di relazioni, ma non tutti possono contare su questa umanità.

Questo residuo di risentimento non tocca, ad ogni modo, la figura del compaesano che guidava il furgone letale, scomparso anch’egli pochi mesi dopo Michele per una grave malattia. Nessuno dei familiari lo ha più incontrato, le loro vite si sono toccate nella tragedia e poi sono proseguite su strade diverse.

Solo Marco ha conservato un piccolo cruccio: avrebbe voluto avere l’occasione di parlargli, di condividere con lui i propri sentimenti. Gli stessi che non ha avuto il tempo di spiegare apertamente a suo fratello: «A Michele non ho detto tante cose. Per esempio non gli ho detto che gli volevo bene. E non dirselo a 70 anni è un conto, ma a 37 è un altro».

Per tutta la durata della chiacchierata il signor Giacomo rimane in silenzio, seduto su uno sgabello a un paio di metri di distanza dal tavolo. Ascolta, carica su di sé pensieri e preoccupazioni e restituisce in cambio serenità. 

Non a caso era l’unico in grado di calmare il figlio-campione quando le cose in corsa non andavano troppo bene. Marco ricorda bene quei giorni: «Tutti i suoi direttori sportivi sapevano che l’unica cosa da fare in certi momenti era chiamare il babbo. Michele si arrabbiava spesso, era un aspetto del suo carattere poco conosciuto all’esterno ma molto ben chiaro a noi. Sapeva che in famiglia poteva sfogarsi e ricaricarsi». 

Ce l’aveva con un componente della famiglia in particolare: «Con me. Era proprio incazzato, col sottoscritto. Se perdeva a tennis, mi lanciava dietro la racchetta; a carte si alzava e andava via. Non era solo il rifiuto della sconfitta, credo fosse più l’insofferenza tipica del fratello minore». 

Ma anche la fatica di un mestiere difficile: «Michele adorava il suo lavoro, sia chiaro. Però non ha mai nascosto che tutti quei sacrifici gli pesassero. Negli ultimi anni era diventato un professionista davvero impeccabile; lui che mangiava quintali di caramelle, non toccava dolci per tutta l’estate. Credo che alla fine invidiasse un po’ l’ordinarietà della mia vita».

Invece la straordinarietà della vita di Michele ha segnato, e da subito, quella di tutta la famiglia. «Ogni domenica ci mettevamo in macchina e partivamo verso una destinazione diversa», attacca Giacomo indicando con lo sguardo l’orizzonte ondulato che contorna Cantalupo.

In un saliscendi che pare pensato per il compiacimento dei ciclisti, si distinguono in sequenza il “balcone” di Cingoli, il monte Conero, la cupola di Loreto e l’ermo colle di Recanati. Nelle giornate più limpide, a sud si riesce a scorgere persino il Gran Sasso. 

«E ovunque andassimo era sempre una scampagnata, o una festa. Per questo io non sono arrabbiato con il ciclismo. Ho gioito molto per la vittoria di Nibali alla Sanremo, per esempio, e ho intenzione di continuare a seguire il Giro. Io credo che il ciclismo sia bello, e basta». 

Giacomo non lo dice esplicitamente, ma non gli dispiacerebbe andare a vedere il passaggio del Giro, domani. Amerebbe tornare a buttarsi in mezzo alla folla dello Zoncolan. Tuttavia il ciclismo ha pugnalato nel profondo la sua famiglia, e questo è per lui il momento di reagire come ha sempre fatto: prendendosi cura della ferita.

Sebbene la radice della parola possa far pensare a un presagio tessile, la toponomastica di Filottrano punta altrove. Gli storici fanno risalire il nome del paese al condottiero longobardo Optrano, da cui Mons Filiorum Ottrani, Monte Filottrano e infine Filottrano. 

Si pensa che il primo nucleo cittadino sia stato costituito intorno al VI secolo d.C. da contadini vittime delle scorrerie di goti e longobardi. Nemmeno il recente sviluppo industriale ha intaccato il profondo legame dei filottranesi con la terra. Il museo principale è dedicato ai birocci, i carretti decorati tipici delle campagne marchigiane. Ogni anno in paese si tiene la Festa della Trebbiatura, che rievoca il lavoro dei campi con degustazione di piatti della tradizione. 

Anche un altro aspetto della intima provincialità di Filottrano è rimasto immutato: «Il paese è piccolo», continua a raccontare Marco mentre ci avviciniamo al centro. «Ci conosciamo un po’ tutti, figurarsi un figlio del paese che arriva ai vertici dello sport. Michele qui era un re. Ovviamente nel periodo più difficile della sua carriera qualcuno gli ha voltato le spalle, ma lui non ha mai fatto pesare i suoi problemi su di noi».

La squalifica del 2007 è stata un passaggio-chiave della carriera di Michele: «Ha attraversato un’epoca terribile del ciclismo, lo sappiamo. Ma dopo aver scontato le sue colpe è tornato più forte di prima. Alla fine, la squalifica è stata una benedizione per lui». 

Un figlio della sua terra che nonostante le sirene aveva scelto di restare a pedalare tra i luoghi cui apparteneva: «Gli dicevano di andare a Lugano o a Montecarlo, che tutti i campioni stavano là. Lui ci ha anche pensato, ma poi ha deciso di restare qui, fino all’ultimo giorno. Qualcuno ci è rimasto male per questa scelta, ma Michele era fatto così, sceglieva di testa sua».

Al centro della piazza di Filottrano, uno slargo lastricato noto anche come metà-corso, la statua bronzea di Ottrano, in una mano una spada e nell’altra il compasso, osserva perplessa il viavai. I colori della città sono cambiati a insaputa del suo fondatore: il tradizionale bianco-rosso ha pian piano lasciato spazio al giallo-blu, ai colori sociali dell’Astana. 

È successo senza che qualcuno lo decidesse. 

I colori kazaki sono comparsi per salutare Michele il giorno del suo funerale, e sono rimasti per celebrarlo all’arrivo della Tirreno-Adriatico e in occasione del passaggio del Giro d’Italia. Con buona pace del vecchio Ottrano, che osserva i cambiamenti della città dall’alto del suo basamento in muratura. Il suo sguardo ha visto passare barbari e cardinali; ha visto scendere dai monti i partigiani, prima che nel luglio del ’44 scoppiasse la battaglia decisiva per tagliare l’accesso al porto di Ancona all’esercito tedesco. 

Quegli stessi partigiani sono protagonisti di molti brani della band più famosa di Filottrano, la Gang. A partire da “Eurialo e Niso”, la storia drammatica dell’uccisione di due combattenti in una notte gelata sulle colline, ispirata ai due soldati troiani che nell’Eneide si sacrificano per difendere la propria libertà e l’amicizia che li lega. 

Anche Michele Scarponi aveva incrociato la sua strada con la Gang: nel video di “Nel mio giardino” irrompe fugace mentre si allena pedalando tra le campagne, in maglia Astana, durante uno degli allenamenti quotidiani che spesso si concludevano con una chiacchierata tra amici. Quasi sempre da Niso.

La Ferramenta Belardinelli dista poche centinaia di metri dalla statua di Ottrano, ed è da sempre una delle sedi non ufficiali del fan club di Scarponi. Più che tifosi, Niso e i suoi amici erano confidenti di Michele. 

«Veniva qui dopo i suoi giri sulle colline», racconta Niso. «Aveva bisogno di parlare con qualcuno che fosse esterno al mondo del ciclismo. Con noi si apriva, ci chiedeva consigli, ascoltava e prendeva appunti. Si ricordava tutto». 

Sul lato destro del negozio, subito sotto le vernici antiruggine, Niso ci indica la sedia girevole sulla quale Michele sedeva mentre attaccava quella che sarebbe stata la sua ultima chiacchierata con gli amici della ferramenta. Era l’inizio di aprile del 2017. ‘Allora Michè, cosa pensa Nibali di questa storia che al Giro torni a fare il capitano?’, chiese il titolare. ‘È preoccupato che gli rubi il posto’, rispose Scarponi con una delle sue solite uscite, una delle centinaia di frasi spontanee e sonore che Niso richiama alla mente con accuratezza da biografo. 

«Perché certi uomini hanno bisogno di poesie, o di canzoni, per lasciare un segno del proprio passaggio su questo mondo; ma ad altri basta qualche battuta. Michele era uno che in tre parole riusciva a sintetizzare il necessario». 

A sentirlo descritto così, viene in mente il ricordo di Luis Ángel Maté, della Cofidis, il collega che più di ogni altro si è legato a Michele in gruppo. Il girono della morte di Michele Maté scrisse: ‘Con lui ogni momento diventava un’avventura. Da lui e grazie a lui ho imparato a diventare una persona migliore’.

Anche nel negozio di Niso, a un giorno dal passaggio del Giro d’Italia, è una giornata zeppa di microfoni e telecamere. Oltre a noi, stanno arrivando in paese tv e giornali, appassionati e tifosi. Bruno, jesino, iscritto al fan club, è qui già da ieri. Ci tiene a raccontarci che ha seguito Michele da sempre, ma che anche lui da giovane andava mica piano in bici. Ha fatto più di un'uscita con Franco Conti, il padre di Valerio (corridore della UAE, nda), e dice che la bici gli ha salvato la vita.

Ovunque si trova qualcuno che abbia un aneddoto su Michele, il ricordo di una risata insieme. Dal fornaio, dal prete o dal barbiere fa poca differenza. Soltanto La taverna dell’arco è chiusa oggi: l’oste Amleto ci racconterà un’altra volta del suo piatto preferito. Oggi il nostro pranzo è presso la panetteria dove lavora Silvia, la calciatrice, la sorella minore che porta negli occhi lo stesso sguardo vispo di Michele.

Dal 22 aprile del 2017 Filottrano ha iniziato un’altra delle sue vite. Come già Castellania e Ponte a Ema, si è avviata ad assumere le caratteristiche di uno dei luoghi in cui il ciclismo ha completato la transizione da sport a vita, da evento particolare a epopea universale. Posti in cui tornare per recuperare l’essenza dell’andare in bicicletta, e per nutrire la necessità di rivoluzionare il modo con cui a essa si guarda. 

È cambiato il paese, dunque. Ed è cambiata per sempre la vita di chi aveva Michele vicino. Da un anno Marco Scarponi gira per l’Italia e l’Europa per parlare di ciclisti sulle strade. Per ribadire con forza che è giunta l’ora di smetterla di fare campagne sulla difensiva; di parlare solo di caschi e lucette quando i ciclisti si trovano ad affrontare automobili sempre più grandi condotte da guidatori sempre più distratti. 

Marco approfitta di ogni occasione per ricordare che colpevolizzare la vittima non fa che rendere più forti gli oppressori; che suo fratello non si è suicidato, ma è morto facendo il suo lavoro, e facendolo correttamente. 

Certo ne avrebbe fatto volentieri a meno, di tutto ciò. Avrebbe preferito continuare a girare il mondo per fare il tifo per Michele, accompagnarlo nel suo ultimo Giro da capitano e magari al mondiale di Innsbruck, quello di cui fantasticava da due anni. 

Avrebbe preferito continuare a litigare con lui, andarci in bici insieme qualche volta, correndo il rischio di far rifiorire la competizione di un tempo, quella delle racchette lanciate e dei joystick spaccati. Invece il destino lo ha messo in sella per portare avanti una battaglia in cui è stato tirato dentro senza volerlo.

A un anno dalla tragedia, suo fratello, Michele Scarponi da Filottrano, è qualcosa di diverso dal “figlio del paese divenuto campione”. È diventato disegno dei bambini e racconto degli anziani, colore delle strade e nuovo stemma comunale. È diventato la città stessa, con la sua anima allegra e malinconica insieme. 

«D’altra parte noi uomini di qui siamo sempre stati un po’ così», riconosce Marco mentre tira fuori le chiavi dal marsupio. «A metà tra Giacomo Leopardi e Michele Scarponi».

 

A cura di Leonardo Piccione e Filippo Cauz.

La scorsa settimana siamo tornati a Filottrano, per il PAT Festival della Fondazione Michele Scarponi. Abbiamo ritrovato le strade e i volti che avevamo scoperto in occasione del nostro primo passaggio, e abbiamo visto l'energia con cui gli amici e i tifosi di Michele stanno cercando di portare avanti un messaggio più forte di un ricordo.

La Fondazione Michele Scarponi in particolare è impegnata in numerosi progetti di mobilità sostenibile, con all'orizzonte un mondo più a misura d’uomo. È possibile contribuire donando qui, o devolvendo il proprio 5 per mille alla Fondazione scrivendo il codice fiscale 93154670421.

 

 

 

 

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