La questione Remco

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Articolo pubblicato la prima volta il 10 agosto 2020.

 

Ho cercato di rimandare questa riflessione il più possibile, ma mi sembra evidente che l’attualità la renda giorno dopo giorno meno procrastinabile. La questione, in parole molto povere, è: come comportarsi con Remco Evenepoel? Quanto lasciarsi trasportare dalle sue imprese? In che misura fare (o non fare) il tifo per lui?

Diciamo subito che in questa sede mi esprimo con la libertà dell’appassionato di ciclismo, a nome di tutte le ore e le energie emotive che investo guardando questo sport, talvolta scrivendone.

Perché, è ormai palese, il ciclismo su strada è prossimo a diventare il dominio di questo ventenne brufoloso, un fenomeno mai visto prima su due ruote (sì, Eddy, sto chiamando in causa anche te) che ha tutta l’aria di trasformare uno dei miei passatempi preferiti nel suo terreno di conquista o, vista l’età, nel suo parco giochi.

Superato l’infatuamento iniziale per la bella storia della promessa del pallone convertita a pedalatore di fatica, mi trovo ora nella fase in cui alla legittima curiosità nei confronti del talento di cui non si conoscono i limiti si affianca sempre più minacciosa quella sottile forma di antipatia, vorrei dire quasi di risentimento, che si è naturalmente portati a provare nei confronti di coloro che riescono a ottenere col minimo sforzo risultati migliori di quelli che ai normodotati richiedono molto più tempo, e grandi sforzi.

Non so se avete presente. A me viene in mente il compagno di classe che nell’ora di educazione fisica riusciva a ripetere alla perfezione – e al primo tentativo – ogni esercizio che la prof illustrava al quadro svedese (sì: al liceo avevo una prof che anziché farci giocare con una palla qualsiasi ci faceva esercitare al quadro svedese, un giorno vi parlerò meglio anche di quest’altro trauma). 

Questo compagno insomma aveva un'agilità fuori dal comune, diceva la prof a noialtri provvisti di mobilità articolare del tutto comune, e pertanto intenti a disincastrarci goffamente dalle maglie del malefico attrezzo. 

L’eccezionale mobilità del mio compagno di classe era una sua dote naturale. In quel campo – il campo, chiamiamolo così, del quadro svedese – aveva talento. (Fortunato lui.) 

Talento è più in generale la parola con cui sintetizziamo la circostanza che vuole che certe azioni – siano esse di natura fisica o intellettuale – riescano spontaneamente meglio a certi individui che ad altri. È una questione oggettiva, si tratta di essere portati: alcuni di noi semplicemente godono di doti straordinarie, più o meno utili nella vita di tutti i giorni, per ottenere le quali non hanno dovuto compiere alcuno sforzo di rilievo. Ha già provveduto a quasi tutto la genetica. (O, a seconda dei punti di vista, il caso, o Dio, o una combinazione a scelta di tutti questi fattori.)

In musica, con una locuzione che trovo di gran fascino, si parla per esempio di orecchio assoluto. Come vogliamo chiamarla nel ciclismo, questa cosa? Gamba assoluta? Polmone assoluto? Fate voi. Quel che è certo è che Remco Evenepoel ce l’ha. Ce l’ha e ne fa sfoggio ogni volta che può, senza remore, unendo all’esuberanza propria dell’età la sfacciataggine della predestinazione. 

Di più: nel caso di Evenepoel la predisposizione esonda, sfociando in qualcosa di simile all’onnipotenza. (Ho letto da qualche parte che quando Dio distribuiva talenti Evenepoel non era in fila come tutti gli altri: era lui stesso Dio.) 

Remco va in bicicletta "sul serio" da appena tre anni, e gli riescono cose che al resto dell’umanità (e alla stragrande maggioranza dei suoi colleghi, che per il solo fatto di essere anch’essi ciclisti professionisti non rientrano a loro volta nel campione standard della nostra specie) non riuscirebbero dopo una vita di allenamenti massacranti e immani sacrifici. E, attenzione, non è che il giovanotto fosse scarso in quello che faceva prima. Evenepoel era una promessa anche nel calcio – e chissà quanto era bravo al quadro svedese...

Ora, la questione per me centrale è: lo sport, nella sua accezione più strettamente competitiva, dovrebbe premiare chi è semplicemente predestinato o piuttosto chi, meno fortunato alla lotteria del corredo genetico, riesce a compensare il gap iniziale con una maggiore dedizione alla causa (e con la tattica, la scaltrezza, l’esperienza ed altre qualità più o meno accessorie)?

E noi che lo sport lo guardiamo, e ambiziosamente cerchiamo persino di trarne qualcosa di elevato, dovremmo esaltarci di più di fronte alla manifestazione del talento puro, estasiati come di fronte a un panorama mozzafiato, o invece al cospetto del frutto-del-duro-lavoro-di-tutti-i-giorni? 

Non mi spingerò, per mancanza di spazio e di competenze, nei meandri dell’eterno dibattito tra nature e nurture (o natura contro cultura, come meno felicemente reso in italiano). Mi accontento qui di registrare che il più delle volte la questione si risolve in una via di mezzo: i grandi campioni dello sport sono un mix indistinguibile di nature e nurture, con una percentuale che varia da caso a caso ma che in nessun caso è 0 e 100, o 100 e 0. 

Il dettaglio più spaventoso della vicenda-Evenepoel è che quello che questo ragazzo mette in mostra attualmente è un talento per lo più ancora grezzo, del tutto sbilanciato verso la componente nature.

Cosa riuscirà a fare quando tempo ed esperienza ne avranno perfezionato le potenzialità, equilibrandole? Quando avrà limato ulteriormente la sua già eccezionale lettura tattica delle corse? Quando, terminata la fase di scoperta dei propri superpoteri, potrà maneggiare con destrezza tutte le qualità che ottiene ogni volta che pronuncia la parola Shazam! (saggezza di Salomone, forza di Ercole, resistenza di Atlante, potere fulminante di Zeus, coraggio di Achille e velocità di Mercurio)?

Io nello sport – e confido di non essere il solo – tendo in genere a simpatizzare per i meno talentuosi. Le pecche della normalità avvicinano; l’aura della predestinazione allontana. 

In questo senso, va detto, essere un predestinato è un mestiere con le sue complicazioni: una volta appurato che si ha talento, tocca dimostrare di esserne degni amministratori.

Come nella parabola che ha sancito il trasferimento etimologico della parola da “somma di denaro” all’accezione moderna di “abilità naturale”, il talento non può essere nascosto. Il servo che al ritorno del padrone restituisce immutata la somma che gli era stata affidata, finisce per essere da lui severamente redarguito: nel mondo evangelico, come nello sport, il talento va coltivato.

Una delle missioni primigenie dello sport si realizza nel momento in cui le imprese dei vincitori si fanno ispirazione condivisa, non dimostrazione fine a se stessa: non si accende una lampada per metterla sotto il moggio. (E con questa ho esaurito la quota di citazioni bibliche concesse in un articolo di Bidon.)

Non so ancora se diventerò un tifoso di Remco Evenepoel o se negli anni la sua imbattibilità e la sua avanzante ingordigia finiranno con l'alienarmelo vieppiù. È presto per prendere posizione, ammesso che prendere posizione in tema di simpatie sportive sia qualcosa di sensato. Ad oggi abbiamo a disposizione soltanto alcuni indizi circa le modalità che il nostro adopererà per prendere definivo possesso del suo (e in parte nostro) mondo. Non sono indizi di poco conto, tuttavia.

Ieri, nella quarta del Giro di Polonia, Evenepoel ha attaccato tutto solo a più di cinquanta chilometri dall’arrivo, rifilando 1 minuto e 48 al secondo (Fuglsang) e più di 2 minuti a tutti gli altri, avversari di esperienza e altissimo livello che ha fatto sembrare debuttanti o poco più. 

«Oggi avrebbe dovuto far caldo, ma è stato piacevole e rinfrescante correre nell’ombra di Remco Evenepoel», ha twittato con ironia ma non senza sincerità Thomas De Gendt. «Se avete iniziato a guardare il ciclismo professionistico quest’anno, voglio informarvi che questo sport è un milione di volte più duro di quanto non lo faccia apparire Remco Evenepoel», ha aggiunto l’ex-pro Daniel Lloyd.

Il diretto interessato ha dichiarato all’arrivo di aver sofferto – bontà sua – ma di non essere mai andato oltre i limiti durante la sua azione, e di aver semplicemente eseguito il piano di giornata, che consisteva nell’attaccare «non troppo presto» (significa, tra le righe, che Remco avrebbe potuto salutare tutti anche prima, magari dal primo chilometro di gara.)

Questo attacco apparentemente folle – ha aggiunto rivestendo di un senso diverso la sua impresa – l’ha voluto realizzare soprattutto per il suo compagno di squadra Fabio Jakobsen, uscito dal coma dopo l’orribile caduta al termine della prima tappa della corsa polacca. «Prima della partenza ho chiesto di avere con me il suo dorsale, e ho subito sentito qualcosa di speciale», ha detto tra le lacrime.

Remco Evenepoel, in definitiva, dà l’impressione di essere un progetto di campione con una missione extraterrestre, ma non senza una buona riserva di quei caratteri prettamente umani detti per brevità cuore. Le sue fibre – è evidente – hanno poco in comune con quelle di tutti coloro che sono saliti su una bicicletta prima di lui, eppure non restituiscono l’immagine asettica di una macchina. Non è ancora il tempo di scrivere di lui ricorrendo al vocabolario degli automi, e non è detto che quel tempo arrivi mai. 

Ad oggi, il corridore del 2000 che ha provocato la lunga serie di elucubrazioni che avete quasi finito di leggere è soltanto un ragazzo – un irrequieto ragazzo che ha tra le mani (e nelle gambe, e nella testa) la possibilità di portare il ciclismo dei prossimi quindici-vent'anni su mondi inesplorati, resi accessibili grazie al suo talento smisurato.

Che oltre tutto il talento si intraveda anche una certa classe, beh, questa è una premessa mica da poco.

 

Leonardo Piccione

 

 

 

 

 

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