[Kings of Bidons] Markel Irizar

Intorno alle tempie Markel Irizar ha quasi solo capelli bianchi: con i suoi 39 anni suonati è il più vecchio corridore del Giro 2019. Un paio di cicatrici tra naso e labbro superiore gli conferiscono un’aura di durezza che si dissipa non appena comincia a parlare. Irizar ha il tono di voce fermo e pacato tipico degli uomini che amano conversare. La sua loquacità gli ha procurato il poco sibillino soprannome di “Radio Basque”, e tutti nella Trek-Segafredo spendono volentieri del tempo con lui. 

Questo è il ventunesimo grande giro della sua carriera. L’ultimo. Il 3 agosto, giorno della Clásica San Sebastián, si ritirerà. «Mi piacerebbe rimanere nel mondo del ciclismo, ma se non dovesse succedere ho già un piano b pronto». Tre anni fa Irizar ha aperto un bar a Oñati, la sua cittadina di origine. L’ha chiamato Bizipoz, che è l’unione delle parole basche “bizi”, cioè vita, e “poz”, cioè felicità: «Un luogo dove si possa godere dei piccoli piaceri della vita con le persone a cui si vuole bene, sorridendo sempre. All’esterno c’è una bella terrazza, mentre dentro abbiamo alcuni cimeli ciclistici, tra cui una bicicletta appartenuta a mio nonno 63 anni fa. Sta andando bene, ne sono molto felice».

Un caffè da mandare avanti, ma pure una folta famiglia cui dedicarsi: «Ho tre figli maschi: Xabat, Aimar e Unai. Il maggiore ha 12 anni, un’età delicata. In più hanno cominciato ad andare tutti e tre in bicicletta, e mi chiedono perché non vada a vedere le loro gare… Credo sia arrivato il momento di pensare meno a me e più a loro». Loro che ha desiderato fossero tanti: «Tre è il numero minimo di figli, secondo me: ho sempre immaginato di trovare tre teste guardando il sedile posteriore della mia auto. Per questo motivo la nascita di Unai, il più piccolo, è stato il giorno più felice della mia vita - insieme a quello in cui mi hanno comunicato di essere guarito dal tumore ai testicoli, nel 2002. Avevo due sogni durante il periodo della malattia: fare il ciclista professionista e diventare padre. Pensavo fossero entrambi irrealizzabili, invece eccomi qua». Se fosse per Markel gli Irizar potrebbero persino diventare più numerosi di così: «Ma non credo mia moglie sia d’accordo», sorride. «Per lei tre bastano e avanzano».

In 15 anni di professionismo, Irizar non ha mai alzato le braccia al cielo. Ha vinto due corse, in verità, ma una era una cronometro e l’altra una classifica generale. Tuttavia se i successi ottenuti si possono contare sulle dita di una mano sola, per le borracce trasportate è tutta un’altra storia. «Il mio lavoro è sempre stato quello di aiutare i capitani. Mantelline, cibo, liquidi, ho portato loro di tutto. Con le borracce ho una routine precisa, soprattutto negli ultimi chilometri delle gare: ne prendo due per ciascun leader della squadra e una per tutti gli altri. Le divise moderne sono molto attillate, non è facile caricarne di più». In due decenni ha servito capitani di ogni risma, da Armstrong («il più caloroso») a Cancellara («il più impressionante»), da Contador («il più convinto») a Schleck («il più umano»). 

Se dovesse consegnare al ciclismo un messaggio di addio, lo rimpinguerebbe di ringraziamenti: «Alle squadre, ai compagni, agli sponsor, ai giornalisti. Ai tifosi. Quando sei tutto tranne che un campione e riesci ad avere comunque una carriera lunga come la mia, vuol dire che hai fatto delle cose buone, certo, ma soprattutto che devi dire grazie a molti. Essere riconoscenti è fondamentale in questa vita». Troverebbe lo spazio anche per qualche piccola scusa: «Mi spiace se qualche volta non sono riuscito ad essere gentile con tutti. Ma mi sono sempre sforzato di essere un uomo educato, prima che un buon atleta». E non si dimenticherebbe in alcun modo di omaggiare la bicicletta: «La bici è libertà, piacere, rispetto per l’ambiente. È uno strumento magico, e tutti i governi del mondo dovrebbero promuoverla».

Mentre racconta del tempo che è passato e prova a immaginare quello che verrà, la voce di Markel si assottiglia un po’ di più. «Ci penso spesso al cambiamento che mi aspetta, mi dà un misto di malinconia ed eccitazione. Ma tutte le cose buone finiscono, prima o poi, e così anche questa. Ad ogni modo adesso sono ancora un corridore, e in gara non c’è tempo per tutte queste riflessioni». Perché il portatutto Irizar, capelli bianchi e volto segnato, ha le idee ancora molto chiare: «Mancano due settimane alla fine del mio ultimo Giro, e l’unica cosa che ho in mente è dare il cento per cento di quello che mi resta. Fino all’ultimo giorno della mia carriera sarò a completa disposizione dei miei compagni». (LP)

 

 

 

 

 

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