Dannata ostinazione

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Fino ai dieci anni Willie Smit non si è mai lavato i denti, e la terza elementare se la ricorda a malapena.

Pensa che il suo cervello abbia rimosso buona parte dei suoi ricordi d’infanzia in una forma di autodifesa da un passato orribile: quelli erano gli anni in cui sua madre, dopo un divorzio e un lavoro perso, era entrata in un vortice di alcol e uomini violenti. Suo padre – addetto alla rimozione di ordigni in zone di guerra – era sempre via, così a Willie toccò badare a se stesso, per quel che poteva.

Finì in una baby gang di Lydenburg, cittadina della provincia di Mpumalanga (Sudafrica) il cui nome deriva dall’olandese e significa “luogo della sofferenza”. Entrava nei garage, rubava attrezzi da giardinaggio; una volta, dei fuochi d’artificio. Andava a scuola solo di venerdì, perché era il giorno in cui sua nonna lasciava nell’ufficio del preside una paghetta per lui. 

Quando compì 12 anni, i servizi sociali lo affidarono ai nonni paterni. Fu allora che conobbe un inizio di stabilità – e lo sport. Il golf dapprima, l’unica attività che riuscì a condividere con suo padre prima che morisse (in Afghanistan), e che considera come una specie di legame spirituale con lui. Poi scacchi, rugby e cricket. Infine il ciclismo.

Ebbe molte difficoltà all’inizio: con la routine, a cui non era abituato; coi virus che sistematicamente lo colpivano, il suo organismo debilitato dall'igiene precaria dei primi anni di vita. Il primo contratto da pro’ non gli fu rinnovato, così nel 2015 tornò tra gli amatori, prima in Africa e poi in Europa. Alla fine di un 2017 molto positivo lo chiamò José Azevedo, della Katusha. E Smit, a 25 anni, poté per la prima volta concentrarsi solo sulla bici.

Non ha vinto nessuna corsa in questi due anni, e non ha ancora un contratto per la prossima stagione, ma a fine agosto è stato selezionato per il primo grande giro della carriera. Durante la Vuelta è caduto malamente due volte: la seconda, a un chilometro dalla fine della 14a tappa, gli è costata sedici punti di sutura e una terza settimana di calvario. A un certo punto il collega Steve Morabito gli si è avvicinato e, guardandogli il ginocchio, gli ha chiesto perché continuasse. Lui ha risposto ieri, dopo aver concluso la Vuelta (118°), su Twitter: «Nonostante le nostre vite facessero schifo, i miei genitori sono stati un esempio. Mia madre non è mai fuggita di fronte a nulla; mio padre ha salvato delle vite. Mi hanno insegnato a non essere un codardo». 

E così, la sua dannata ostinazione ha fatto finire Willie Smit sui giornali per la seconda volta nella vita. La prima era stata una dozzina d’anni fa, in Scozia, durante il torneo di golf di St. Andrews. Era andato a vedere giocare il suo grande idolo. Una pallina – era la prima buca – gli passò a pochi centimetri dalla testa e finì in un laghetto. Willie non ci pensò su due volte: si tuffò in acqua e la recuperò. Sopra la pallina c’era scritto “Tiger Woods”. La conserva gelosamente ancora oggi.

 

 

 

 

 

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