[Milano-Sanremo 2019] Primavera in anticipo

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Una propaggine di montagne sul lato destro. Poi alcune file di case, tetti prevalentemente rossi. A centro schermo ferrovia e strada. Sull’estremo sinistro tranci variamente estesi di spiagge ancora deserte e, infine, un mare quasi trasfigurato dai riflessi del sole pieno di fine marzo. Per un’ora abbondante, dallo scollinamento del Turchino in poi, la diretta tv della Milano-Sanremo è questa specie di elogio visivo della primavera, che è cominciata tre giorni fa e che pare già nel pieno delle forze. Tuttavia a un tratto, poco dopo Ceriale, i binari della ferrovia fanno un balzo a sinistra: scalzano l’Aurelia e guadagnano la posizione più prossima al Mar Ligure, fino ad allora esclusiva della strada, la quale invece sembra subire d’improvviso l’attrazione dei tornanti e dei grandi pini che li abitano. In quel momento la Milano-Sanremo è già cominciata da cinque ore, ma è come se ripartisse.

Adam Hansen in testa al gruppo è il solito segnale nefasto per chi è allo scoperto, l’acquattarsi di Daniel Oss una conferma non richiesta della sorte dei dieci fuggitivi. Tra di essi: quattro corridori su sette della Novo Nordisk, desiderosi di un qualche tipo di record; Mirco Maestri, desideroso dell’usuale dose di ciclistico masochismo (quattro volte al via della Sanremo e quattro volte in fuga da lontano, invano); Fausto Masnada, desideroso di sana cocciutaggine, che resiste al ritorno dei migliori sui tre Capi e fino alla Cipressa.

A questo punto della Sanremo l’idea del gruppo compatto è alquanto labile, appesa a un filo come Groenewegen e Bouhanni alle ultime ruote del plotone. Bonifazio la tramortisce con un’esibizione in discesa; la Deceuninck la finisce con un’esibizione in salita. Sul Poggio Štybar e Gilbert approntano, Alaphilippe esegue. Si porta con sé una compagnia pesante di blasone e di bilancia. Julian è nettamente più leggero dei dieci con cui si gioca la vittoria: di fisico (6 chili in media), ma soprattutto di testa. Gestisce gli ultimi chilometri con la stessa nonchalance con la quale si è visto in ammiraglia ballare al ritmo di Stayin’ Alive. Comprende il contesto, lo analizza; attende e poi parte.

È talmente più forte degli altri che può permettersi di muoversi prima di tutti e arrivare comunque prima di tutti. Arriva in via Roma in anticipo – proprio come la primavera, che ogni anno, da qualche anno, comincia qualche minuto prima. Succede perché il pianeta Terra non ha una forma perfetta. Julian Alaphilippe invece sì: Alaphilippe è una palla di energia che rimbalza a piacimento, ha un controllo perfetto del corpo e della mente, che in lui si trovano in equilibrio come il giorno e la notte il primo giorno di primavera. Supera nettamente Naesen, Kwiatkowski, Sagan e Mohorič. Poi abbraccia Viviani, uno dei suoi compagni-campioni, e ringrazia De Clerq, uno dei suoi compagni-trattori. È una vittoria moderna, la sua: à la page. Fortemente voluta: à la carte. Di gran classe: à la philippe.